Romanzi storici

La ragazza che toccava il cielo, di Luca Di Fulvio

 

<Sì> ripeté Anna <La vita è semplice. Quando diventa troppo complicata vuol dire che stiamo sbagliando qualcosa. Non scordarlo mai. Se la vita diventa complicata, è perché la stiamo complicando noi. La felicità e il dolore, la disperazione e l’amore. Sono semplici. Non c’è nulla di difficile. Lo ricorderai?>

 

La ragazza che toccava il cielo (Rizzoli, 2013) è un romanzo storico di Luca Di Fulvio, autore da oltre 500.000 copie, i cui libri sono stati tradotti in sedici Paesi. Al centro della trama de La ragazza che toccava il cielo vi è la persecuzione razziale contro gli ebrei, in un contesto ‘inusuale’ per l’argomento: il 1500 veneziano. L’immaginario comune colloca generalmente il problema delle discriminazioni antisemitiche intorno alla prima metà del secolo scorso, quando in realtà le origini del cancro dei pregiudizi sono molto più antiche. La ragazza che toccava il cielo è Giuditta, adolescente ebrea che emigra dall’isola di Negroponte insieme al padre Isacco (truffatore che si finge medico) alla ricerca di una vita migliore, ritrovandosi reclusa, invece, all’interno del ghetto ebraico di Venezia. Viene costretta a indossare il berretto giallo, simbolo della sua credenza religiosa, e limitata nella possibilità di scegliere cosa fare nella vita, poiché gli unici mestieri consentiti agli ebrei del tempo erano: il medico, lo strazzarolo e il prestatore di denaro. Giuditta si trova così nella situazione di dover usare l’ingegno per vendere i suoi modelli di abiti e cappelli, insieme all’amica e socia in affari Ottavia. Insieme escogiteranno una tattica mirata a far passare i loro modelli come già usati, macchiandoli di inchiostro in una piega nascosta alla vista del compratore. Intrecciata indissolubilmente alla vita di Giuditta, e ai problemi dentro al ghetto di Venezia, sta la figura del truffatore Mercurio, giovane conosciuto da Giuditta durante il viaggio verso la serenissima. I due si scelgono al primo sguardo, ma vengono ostacolati da Benedetta, ladra e socia di Mercurio, gelosa e segretamente innamorata di lui, e da Isacco, il padre di Giuditta, che vuole per la figlia un destino diverso di quello accanto a un ladro. La ragazza che toccava il cielo immerge il lettore in un caleidoscopio di vite parallele a quelle dei due protagonisti: c’è Simon Baruch, ebreo rapinato da Mercurio che vuole vendicarsi di lui per essere stato quasi ucciso; il capitano Lanzafame, un tempo eroe sul campo di battaglia, ora relegato a fare la guardia all’ingresso del ghetto; il truffatore Scavamorto, che ha comprato Mercurio salvandolo dall’orfanotrofio e gli ha insegnato il mestiere di ladro; fratello Amadeo, che odia gli ebrei e intraprende una crociata contro di loro; il principe Contarini, storpio e sessualmente deviato, che fa indossare alle sue amanti i vestiti della sorella morta; Scarabello, capo della criminalità veneziana, apparentemente senza scrupoli ma in realtà con un grosso punto debole. Zolfo, Donnola, Cardinale la prostituta e poi Anna Del Mercato, che farà da madre a Mercurio, e decine di altri personaggi che insieme ricreano uno spaccato della Venezia del tempo, spesso ‘sporco’ e indecente, ma presentato sempre con un realismo crudo e d’effetto. I personaggi citati sono descritti sempre a metà fra il buono e il cattivo, anche i più malvagi della storia hanno un punto debole, un risvolto positivo che di solito si scopre sul finale del libro. Questo espediente da loro spessore, presentandoli come se non fossero ‘appiattiti’ dalla carta, ma tridimensionali e vivi accanto a noi lettori. Benedetta, ad esempio, antagonista per eccellenza di Giuditta, pur malvagia e deviata dall’odio si mostra umana nei suoi sentimenti per Mercurio e nelle scuse finali che fa sia a Giuditta che a Mercurio, per aver ordito un piano intricato per far accusare e condannare Giuditta per stregoneria. Anche Scarabello, assassino di Donnola, ladro e truffatore, ha un cuore umano, come si evince nella scena profondamente drammatica della sua morte per il mal francioso, forse la scena più forte di tutto il romanzo, quando chiede all’uomo che ha segretamente amato per tutta la vita, di ucciderlo prima che la malattia lo renda folle. Tra le pagine de La ragazza che toccava il cielo si respira aria di libertà: Mercurio è stato sfruttato per tutta la vita da altri criminali, mentre Giuditta sente il peso di essere ebrea e desidera un mondo libero in cui ognuno possa professare la propria religione senza essere giudicato, e il lettore si ritrova a tifare per loro nel raggiungimento di un sogno: fuggire via mare da Venezia alla scoperta del Nuovo Mondo. Lo stile di scrittura di Luca Di Fulvio è spesso stato definito ‘troppo cinematografico’, ma quello che si evince dalla lettura è solo una grande fluidità nella narrazione e uno stile incalzante, che trattiene il lettore legato al romanzo. Nonostante l’ambientazione e la vastità di temi trattati (dalla prostituzione agli abusi sessuali, dalla povertà alla vita negli orfanotrofi, dalle discriminazioni razziali al fanatismo religioso), Luca Di Fulvio non appesantisce mai le descrizioni e le digressioni storiche, prediligendo l’azione e i dialoghi dei personaggi, il tutto racchiuso in capitoli brevi.

Recensione Il profumo del Sud, di Linda Bertasi

 

La ‘Lanterna’ spiccava sul porto di Genova in tutti i suoi centodiciassette metri. 
Aguzzò la vista. Eccoli: i due grifoni che reggevano lo scudo con l’insegna di San Giorgio, una croce rossa in campo bianco, la coda e le ali alte, quasi a sfiorare la corona che li sormontava, 
rigorosamente chiusa, simbolo tangibile di sovranità. 
Sulla banchina, di fronte a lui, qualche parente venuto a tendere l’ultimo flebile legame con famigliari emigranti, ansiosi di lasciarsi la penisola alle spalle e di approdare su terre più fortunate e rigogliose. 
Ansiosi di raggiungere il Nuovo Mondo, emblema di speranza e di futuro in quegli anni burrascosi. 

 

Il profumo del Sud (Self Publishing, 2015) è il terzo romanzo di Linda Bertasi, il primo a tema storico, ambientato durante la guerra di secessione americana. La protagonista è Anita Dalmasso, una donna che intraprenderà un viaggio sia fisico, dall’Italia all’America, sia metaforico, di conoscenza di sé. Dopo aver scoperto di essere una figlia illegittima e di chiamarsi in realtà Isabella, Anita vede crollare ogni sua certezza e fugge nel Nuovo Mondo per inseguire il suo futuro. Ma il destino mostra il suo percorso già durante il viaggio per mare attraverso l’oceano Atlantico, poiché la conoscenza con Margherita Castaldo e con Justin Henderson segnerà per sempre la vita di Anita. Margherita la invita nella sua tenuta di Montgomery, al ventiseiesimo parallelo, e quella che doveva essere per lei solo una breve permanenza, diventa un progetto solido per il futuro per Anita, nonostante l’antipatia della nipote di Margherita nei suoi confronti, Grace Hamilton, contraria alla sua presenza lì. Perché il Sud con i suoi paesaggi, i suoi colori, i campi di cotone, il profumo delle camelie e i problemi relativi allo schiavismo, la colpiranno nel profondo, suggerendole la propria strada: vivere in quella terra e collaborare con Margherita. Entrambe si distingueranno dai vicini, gli Spencer, per il loro modo di trattare gli schiavi, molto più ‘umano’ e contrario alle punizioni corporali. All’interno di questo nuovo sogno, ha un posto importante Justin Henderson. Justin è per Anita quel tipo di amore che, a più riprese e in modi diversi, segna tutto l’arco della vita di una donna. La relazione fra Anita e Justin avrà alti e bassi, causati dalle scelte sbagliate di entrambi, ma avrà sempre il potere di farli attrarre anche a distanza, superando la reticenza iniziale di lei e l’arroganza di lui. Eppure sarà la guerra e il senso dell’onore, misto a un’insana vendetta per la morte del fratello di Justin, che separerà definitivamente i due innamorati. Le discriminazioni razziali si respirano in ogni pagina de Il profumo del Sud, in ogni frustata agli schiavi nei campi di cotone, e nella relazione peccaminosa e ‘socialmente’ inaccettabile fra Emma Spencer e un uomo di colore, anche loro destinati a un tragico epilogo. Il ritmo della narrazione scorre fluido fino alla partenza di Justin per la guerra, da quel momento in poi però diventa fin troppo incalzante, un colpo di scena dietro l’altro fino alla fine del romanzo, e la sensazione suscitata nel lettore è di non aver assimilato bene tutti gli accadimenti delle ultime settanta pagine, che ribaltano molte situazioni. Inoltre l’avvicinamento fra Anita/ Isabella e Christopher Jones appare come una sorta di ‘ripiego’ per la protagonista che risulterà difficile da accettare per le più romantiche delle lettrici, anche se come personaggio Christopher rappresenta un amore più ‘sano’ per Anita, essendo un uomo molto diverso da Justin, nel quale è presente anche un lato oscuro, preponderante. Eppure questi dettagli rimandano molto al gusto soggettivo del lettore e vengono messi in secondo piano dall’intensità emotiva che suscita la situazione degli schiavi negli stati del Sud, dall’attenzione capillare ai fatti storici e alla sanguinosa guerra civile, ma soprattutto dal nucleo fondante della storia: Montgomery. La vera protagonista de Il profumo del Sud, infatti, è la terra, in particolar modo la proprietà di Whitehill, un po’ come la Tara di Via col vento, che sembra avere vita propria, soffrire per la guerra e sanguinare insieme ai suoi schiavi. Il messaggio che ne viene fuori è che al di là degli avvenimenti che la vita interpone nel cammino di ognuno, c’è sempre qualcosa di concreto a cui aggrapparsi e per cui lottare, un luogo a cui tornare, nonostante tutto.

Recensione ‘Mille giorni d’inverno’ di Daniela Nardi

 

Finirà tutto questo prima o poi – gli dice con tenerezza- Lo so - risponde Luigi – Ma cosa rimarrà di noi, della nostra vita, quando ne raccoglieremo i resti?

 

Mille giorni d’inverno (Lettere Animate, 2016) di Daniela Nardi, autrice della raccolta di racconti intitolata Carne Umana, è un romanzo breve che concentra in sole cento pagine frammenti di vita realmente vissuta durante una delle pagine più drammatiche della Storia italiana: la Seconda Guerra Mondiale. La forza di questo romanzo sta proprio nell’elemento autobiografico di base, tutto ciò che si legge è accaduto davvero e i personaggi non sono frutto di fantasia ma della memoria di chi è sopravvissuto. Protagonista degli eventi centrali della trama è Mari Serrano che il 4 Dicembre 1942, insieme alla sua famiglia, parte dalla città per sfuggire ai bombardamenti e trasferirsi in campagna, nella ‘casa dell’esilio’, presso Gaetano Valliani ed Elvira Serrano. Più che di un romanzo basato sulla narrazione cronologica degli eventi, Mille giorni d’inverno si mostra come un ‘quadro’ che mette insieme immagini diverse, eppure legate tra loro con il filo sanguinario della guerra, con le sue tragedie e le sue privazioni. Mari, Luigi e Nico, fratelli, complici, amici, non appena arrivati a Valliani, nella valle del Sarno, non sanno ancora quanto la fame potrà piegarli e quante umiliazioni dovranno mandar giù per evitare di essere fucilati, come i loro amici e vicini di casa. Chi sarà il prossimo? Si chiedono continuamente. Nei primi tempi dell’ ‘esilio’ a Valliani la vita dei giovani sembra continuare, seppur lontana dalla normalità, almeno con qualche barlume di speranza. L’arrivo di Ester Dagostino, migliore amica di Mari ed ebrea, porterà nuova luce nel gruppo, insieme all’incontro con i fratelli Salvo e Bruno, durante un martedì che potrebbe anche essere un giovedì, come scrive l’autrice. La vita trascorre lenta e ripetitiva fra le strade acciottolate di Valliani, fra i campi coltivati e la piccola chiesa al centro della piazza, mentre Mari legge Emma Bovary e condivide con la protagonista il disperato isolamento e il desiderio di riscatto. Fino a quando la minaccia tedesca non li colpisce da vicino, nella maniera più subdola possibile. È lo sguardo ammaliatore di Gunther Schroeder a infiltrarsi tra loro, prima accendendo le fantasie di Mari, invaghitasi di lui ma non corrisposta, poi violentando la ‘bella del paese’, Lucia Rena. Un pericolo scampato per Mari, che fortunatamente era troppo gracile e anonima per lui, incapace di accendere la sua violenta passione malata. Anche quando la guerra sembra ormai finita, dopo l’ascolto della notizia dell’armistizio alla radio, i tedeschi continuano a mietere vittime, se possibile ancora più di prima non avendo più nulla da perdere. Provano a deportare tutti gli uomini abili a lavorare, compresi Luigi Serrano e il padre, uccidono Salvo e lo abbandonano in un campo, e perquisiscono acqua e cibo a tutte le famiglie. Solo chiudendosi in casa e fingendosi già morti, i Serrano riusciranno a superare i bombardamenti e a fuggire da Valliani, dopo l’arrivo degli americani, per poi tornare in città sul ‘treno del ritorno’. Mille giorni d’inverno è una cronaca dura eppure delicata della banalità del male, di come si insinua nella quotidianità e intacca anche le più piccole abitudini, scardinando tutto ciò che rende ‘umano’ un uomo. È un romanzo scritto in terza persona e col presente storico, in uno stile semplice ma diretto, anche se a tratti si sente la mancanza di quella profondità che il passato remoto da alla storia, collocandola in un tempo lontano e indefinito. Ne viene fuori un romanzo eternamente attuale, che ci riporta alla mente le domeniche trascorse a casa dei nonni, ad ascoltare i racconti di un’altra vita.  

Recensione ‘L’ultima fuggitiva’, di Tracy Chevalier

 

Il fiume è profondo, ma devo attraversarlo,       

per tornare a casa.                                                                                                                                                                  

Il fiume è profondo, Signore, ma devo attraversarlo,                                                                                                  

per tornare a casa.                                                                                                                                                             

Sì, il fiume è profondo, ma devo attraversarlo,                                                                                                                      

per tornare a casa.                                                                                                                                                               

Il fiume è profondo, ma lo attraverserò,                                                                                                                                      

per tornare a casa.

L’ultima fuggitiva (Neri Pozza, 2013) è il settimo romanzo storico della scrittrice statunitense Tracy Chevalier, diventata celebre al pubblico per il suo romanzo La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza, 2000), che ha ispirato la realizzazione dell’omonimo film diretto da Peter Webber. L’ultima fuggitiva è la storia di Honor Bright, giovane quacchera partita dall’Inghilterra del 1850 alla volta dell’America, insieme alla cara sorella Grace, per cominciare una nuova vita in seguito a una delusione amorosa. Dopo un viaggio turbolento per mare a bordo dell’ Adventurer, il fato vuole che Grace muoia di febbre gialla, lasciando Honor da sola in un Paese straniero. Al posto di tornare in patria dalla sua famiglia, la ragazza decide di continuare comunque il suo viaggio e arrivare a Faithwell, in Ohio, dove vive Adam Cox, promesso sposo della defunta sorella Grace. Prima di giungere a destinazione, fa tappa a Wellington e alloggia presso Belle Mills, modista del luogo, con la quale stringe una sincera amicizia. Ma a turbarla sarà la conoscenza con Donovan, fratello di Belle ma di carattere opposto a lei, uomo cinico e spregiudicato che si guadagna da vivere cacciando gli schiavi negri fuggiti dalle piantagioni del Sud per dirigersi verso il Canada e verso la libertà. L’attrazione fra Honor e Donovan resterà sempre puramente platonica, un amore non dichiarato che li separerà e avvicinerà al tempo stesso per tutta la narrazione, anche a causa delle loro idee diametralmente opposte. Il tema della schiavitù è centrale nel romanzo. Honor, in quanto quacchera, è stata educata sin da bambina all’eguaglianza fra gli uomini e trova difficile accettare il clima di razzismo che circonda i pochi negri diventati liberi e residenti in Ohio. Banchi separati in chiesa, sguardi di disapprovazione e leggi separate rispetto ai compaesani bianchi. Molti abitanti del luogo, però, si distingueranno dalla folla di razzisti e conservatori dandosi da fare per agevolare il transito clandestino di negri dal Sud, e organizzando una via ‘sotterranea’ per portarli fino in Canada in tutta sicurezza. Belle Mills è una delle componenti di questa società segreta, alla quale collaborerà in parte anche Honor, e che dovrà scontrarsi ogni giorno con la legge e con Donovan, cacciatore di negri della regione. Honor Bright si stabilisce a Faithwell, prima presso Adam Cox e poi, una volta sposatasi col quacchero Jack Haymaker, presso una fattoria  alla periferia del paese. La famiglia del marito, però, nonostante sia anch’essa di fede quacchera, non condivide lo stesso temperamento altruista di Honor, che spesso mette a rischio di arresto sé stessa e tutti gli Haymaker per dare da mangiare e nascondere i fuggitivi nella propria stalla. Fino a quando, incinta di otto mesi, Honor sentirà qualcosa cambiare dentro di lei, un mutamento iniziato con il ritrovamento di uno schiavo morto nel loro terreno, un negro ferito al quale la nuova famiglia di Honor aveva negato un aiuto medico. Honor, afflitta dai sensi di colpa, scapperà di casa, abbandonando il tetto coniugale, e diventerà anch’ella una fuggitiva. Andrà a vivere da Belle Mills e lì darà alla luce la sua bambina, Comfort Grace. Honor è un personaggio al quale è impossibile non affezionarsi. È amica, sorella, compagna e complice per ogni lettore. Ha un carattere all’apparenza docile e remissivo, ma col tempo trova la forza di opporsi alle ingiustizie alle quali assiste, anche a costo di disobbedire al marito e dare così scandalo nell’intera comunità di Amici di Faithwell. A cadenzare i vari eventi che accadono nella vita di Honor dal suo arrivo in America il rapporto epistolare che mantiene con la sua migliore amica Biddy e con i genitori, rimasti in Inghilterra. Tra i tanti argomenti di conversazione nelle lettere di Honor, si nota la preponderanza di dettagli che la scrittrice concede al tema del ricamo, grande passione di Honor. Le trapunte che ama creare sono una perfetta metafora della sua vita: all’inizio, al suo arrivo in America, Honor è spaesata e si aggrappa con forza alla nostalgia per l’Inghilterra e per le sue trapunte patchwork, dovute lasciare a Brighton; dopo essersi sposata e abituata alla vita nella fattoria degli Haymaker, riesce ad apprezzare lo stile americano per la realizzazione delle trapunte grazie ai cartamodelli; alla fine del romanzo, dopo aver trascorso molto tempo insieme a Elsie, negra liberatasi dalla schiavitù anni prima, si innamora della trapunta che nota sul suo letto, frutto dell’accostamento di colori e tipi di impuntura diversi, accostati in maniera quasi casuale. Allo stesso modo, Honor cresce durante il suo viaggio, sia fisico che spirituale, abbandona i rigidi schemi ai quali era abituata e fa suo lo stile di vita americano basato sull’andare avanti lasciandosi alle spalle il passato, vivendo la vita giorno per giorno e apprezzando tutto ciò che il destino ha da offrire senza farsi troppi problemi. Il finale del romanzo non è per nulla scontato e lancia il messaggio, allarmante, che non tutti gli uomini sono destinati a migliorare e a cambiare vita, solo i più coraggiosi riescono a mettere in gioco sé stessi e a sopravvivere, gli altri periscono sotto il peso delle proprie scelte. L’ultima fuggitiva rappresenta il sogno americano, che per Honor è incarnato nella conquista dell’Ovest insieme al marito e a Comfort Grace, alla ricerca di un posto da chiamare davvero ‘casa’. Il messaggio di Honor per il lettore è ben riassunto dalla frase finale del libro, contenuta in una lettera indirizzata all’amica Biddy: Sto imparando che c’è differenza tra fuggire e correre verso il futuro.

La pianista di Auschwitz, Suzy Zail

 

Arrivarono a mezzanotte, squarciando il silenzio con i loro pugni, picchiando alla nostra porta fino a che papà non li fece entrare. Mi avvicinai in punta di piedi al letto di mia sorella, scostai le coperte e mi infilai di fianco a lei. Era già sveglia.

 

La pianista di Auschwitz di Suzy Zail (Newton Compton Editori, 2016) rappresenta un drammatico affresco della realtà dell’Olocausto, visto attraverso gli occhi di una giovane pianista ungherese. Hanna vive nel ghetto ebraico di Budapest insieme alla sorella maggiore Erika e ai loro genitori, fino al giorno in cui un gruppo di ufficiali dell’SS comunica loro che saranno trasferiti altrove, insieme a tutti gli altri ebrei del ghetto. La vita di Hanna cambia all’improvvisto, dalla tranquilla esistenza che conduceva esercitandosi al piano ogni giorno e sognando il Conservatorio di Budapest alla realtà dei campi di sterminio, passando per un viaggio di incertezza attraverso l’Europa centrale, fino alla Polonia meridionale. Lei e la sua famiglia, insieme a migliaia di ebrei, vennero stipati dentro i vagoni di un treno, per poi viaggiare in piedi per giorni, senza cibo né acqua. Molti di loro morirono durante il trasferimento e i cadaveri vennero separati dai sopravvissuti solo a destinazione. Per un fortuito caso Hanna, appena arrivata a Birkenau, incrocia un detenuto del campo che, intuendo l’età della ragazza, le consiglia di mentire alle guardie e di spacciarsi per una giovane di sedici anni anziché di quindici. Solo così Hanna potrà seguire la madre e la sorella ed evitare una morte immediata dentro i forni crematori. Durante la separazione iniziale a seconda del sesso, Hanna saluterà per l’ultima volta il padre. Poi, insieme a Erika e alla madre, verrà assegnata a una baracca e le saranno rasati i capelli. Da quel momento in poi Hanna smette di esistere per il mondo, sostituita dal numero di serie che le viene tatuato al polso. Eppure la pianista che c’è il lei continua a vivere, attraverso le composizioni di Clara Shumann che Hanna suona su un pianoforte immaginario durante le lunghe notti accatastata sulla branda insieme ad altre detenute. Ma il fato sembra volere per lei più di una morte prematura di stenti e fatica, infatti un’altra casualità la porterà a diventare la pianista personale del comandante del campo, riuscendo così a trascorrere le giornate al caldo e a rubare gli avanzi dalla cucina per lei e la sorella. Rischia ogni giorno di essere scoperta e di venire uccisa per furto, ma il coraggio e il desiderio di ricongiungersi con il padre e la madre, portata in infermeria e mai più tornata alla baracca, sembra darle la forza che le manca per andare avanti. Dentro la disperazione di un futuro incerto, un nobile sentimento sboccia nel  cuore di Hanna, quello nei confronti di Karl, il figlio dello spietato comandante del campo, che l’aiuterà a distribuire viveri per i detenuti, all’insaputa del padre e delle altre guardie. La pianista di Auschwitz è la versione romanzata di una storia drammaticamente vera; Hanna non esiste, ma come lei milioni di ebrei hanno davvero sognato, pianto e lottato fino all’ultimo respiro per la propria sopravvivenza dentro ai campi di sterminio nazisti, alcuni riuscendoci, molti altri no. Il romanzo ha un finale aperto che, nonostante lasci a desiderare dal punto di vista narrativo, storicamente parlando è una scelta ben studiata. Quello che accadrà ad Hanna in futuro non è certo, si lascia a libera interpretazione, ma da quel momento in poi solo lei potrà decidere del proprio destino. Forse una delle uniche pecche della storia è la mancata caratterizzazione di Karl, che poteva essere accentuata maggiormente. Il figlio di un noto comandante nazista parteggia per gli ebrei, sfida il padre e tutto il suo popolo, eppure rimane sempre sullo sfondo, in maniera sfumata. Se l’autrice avesse puntato di più l’attenzione su di lui il lettore non sarebbe rimasto con molti interrogativi irrisolti alla fine del libro. La pianista di Auschwitz è una lettura che risveglia le coscienze, non solo in prossimità del Giorno della Memoria (celebrato il 27 Gennaio), ma in qualsiasi momento. Attraverso gli occhi di Hanna il lettore fa un viaggio dell’anima, struggente e catartico. Il romanzo di Suzy Zail è stato in lizza nel 2015 per il West Australian Young Readers’ Book Award.

La schiava dei Tudor, di Isabella Izzo

 

“… ricordo che la nave si inclinava in modo spaventoso e tutti noi gridavamo dal terrore mentre ci capovolgevamo gli uni sugli altri! La tempesta infatti colpì nuovamente l’imbarcazione in un momento inaspettato, proprio quando i marinai ci mettevano in fila per portarci sul ponte. Erano sei giorni che non vedevamo la luce del sole, o almeno credo, perché stando rinchiusi nella stiva così a lungo, senza mai uscire, avevamo perso la cognizione del tempo”

 

La schiava dei Tudor (Libromania, 2013) è il secondo romanzo di Isabella Izzo, ambientato nell’Inghilterra del 1500 durante l’epoca Tudor. I temi trattati sono principalmente la schiavitù, la sete di potere, le convenzioni sociali dell’epoca, l’amore spesso ostacolato, il dolore per la perdita delle persone a noi care. La protagonista è Dayla, giovane schiava rapita da un paesino rurale africano per essere deportata insieme alla sua famiglia. La ragazza vedrà morire ad uno ad uno, davanti ai suoi occhi, tutte le persone a cui vuole bene, uccise dalla disperazione e dalle mani insanguinate degli schiavisti. Rimasta sola al mondo viene venduta a una ricca famiglia inglese, che la costringerà a subire quotidiani soprusi e violenze fisiche. Tuttavia la vera vita di Dayla comincia solo dopo essere arrivata al monastero di Whitby e aver incontrato padre Simeon, che ordirà un piano per liberarla dalla schiavitù organizzando la sua presunta morte. Da quel momento in poi Dayla scomparirà, per lasciare spazio a Jim, la sua nuova identità maschile. Per poter alloggiare al monastero, infatti, dovrà presentarsi come un ragazzo, e dati i suoi quattordici anni appena e i suoi lineamenti ancora androgini ci riuscirà senza destare grandi sospetti. Lì tra padre Simeon, padre Geremia e i suoi nuovi amici Masala, Cristof e Anna vivrà finalmente una vera e spensierata adolescenza, dopo aver patito numerose violenze e abusi nel suo passato ancora recente. Fra lei e Masala nascerà col tempo un’attrazione che andrà oltre l’amicizia, anche quando la vera identità di Dayla sarà ancora celata agli occhi di tutti. Solo dopo essere uscita allo scoperto la ragazza sarà libera di vivere il suo amore, andando incontro a mille ostacoli tra i quali le volontà di Lord De Wilton, padre di Masala, e del fratello maggiore Cristof, che vogliono vederlo prendere i voti e trascorrere la vita dentro le mura di un monastero. La schiava dei Tudor è un romanzo ricco di colpi di scena e di intrighi, sia di potere, orditi dal vescovo e da padre Dannis per destituire padre Simeon dalla sua carica, sia passionali, una donna infatti  è nascosta nei sotterranei del monastero e nasconde un oscuro segreto. La parte migliore dell’intera trama sembra essere, più che la storia d’amore fra i protagonisti, trattata superficialmente e con scene troppo melense e poco realistiche, la tragica storia di Margaret, diventata pazza per la perdita di sua figlia e allontanatasi così anche dal suo grande amore. È ben architettato anche l’espediente della morte del cane Billo, appartenente alla famiglia di Masala, che cade da una rupe e si schianta contro gli scogli per essere poi risucchiato dal mare. La scena anticipa la fine tragica della protagonista, una tecnica che sembra mutuata da Anna Karenina di Tolstoj, dove la morte di Anna viene predetta all’inizio del romanzo dal suicidio di un uomo lanciatosi sotto un treno. La schiava dei Tudor è un romanzo che alterna momenti di lentezza, soprattutto nella prima parte, a scene di incredibile velocità. Si fa fatica, infatti, a tenere il filo degli ultimi capitoli e dei colpi di scena finali, che avvengono a distanza di una pagina l’uno dall’altro e che, naturalmente, non hanno il tempo di sedimentare nella mente del lettore e non vengono approfonditi con la dovuta maestria. Il romanzo sembra quindi molto approssimativo nel finale, come se l’autrice avesse avuto una gran fretta di concludere. Un altro punto a sfavore deriva dal titolo, La schiava dei Tudor, che non riflette per nulla la natura del romanzo. Di Tudor c’è poco o niente, solo l’ambientazione e il periodo storico, ma il titolo suggeriva invece un legame più stretto fra la dinastia Tudor e la protagonista, un’illusione che lascia l’amaro in bocca dopo aver concluso il romanzo. A disturbare la lettura contribuiscono anche i numerosi errori ortografici e di sintassi come ‘ non c’è la faccio più’, oppure ‘scommetto che neanche mio padre non lo sapeva!’ (due negazioni all’interno della stessa frase affermano).  La schiava dei Tudor appare quindi come un tentativo malriuscito di romanzo storico, se l’autrice avesse curato di più la stesura delle varie parti del libro avrebbe dato maggior risalto all’idea base della trama, che non era per nulla male, soprattutto il tema della schiavitù che all’inizio della lettura prometteva bene, e se avesse curato di più la forma (ovviamente il problema dell’editing non è da imputare solo a lei ma anche alla casa editrice Libromania ) allora sarebbe venuto fuori un romanzo di spessore maggiore, ma così non è stato.

Le ragioni del cuore, di Maria Masella

 

"Bruno controllò ancora una volta che tutto fosse in ordine. Non gli piaceva l’afa che appiattiva il mare, quando era così poteva cambiare di colpo: bastava che girasse il vento, bastava una libecciata. Da lì alla foce dell’Entella, quando picchiava, picchiava forte..."  ♦

 

Le ragioni del cuore di Maria Masella, edito da Leggereditore il 29 Ottobre 2015, è un romance storico italiano di argomento patriottico, ambientato nel periodo antecedente all’unificazione dell’Italia. Siamo nel 1853, quando essere mazziniano poteva costarti la prigione. Ne sa qualcosa Bruno Damiani, o Bruno Marras come si fa chiamare, accusato ingiustamente di omicidio e in eterna fuga dalla legge. In cerca di vendetta per la sorella Nina, sedotta e abbandonata, si ritrova sulla strada per Chiavari, costretto a fermarsi in una locanda per la notte. Lì incontra per la prima volta Nora Magni, giovane donna coraggiosa e moderna, che lo vede inciampare e cadere nella neve a causa di una vecchia ferita alla gamba e lo soccorre. Bruno rimane colpito dalla gentilezza della giovane che, incurante della neve e del fango, nonché delle convenzioni sociali, è corsa in suo aiuto davanti alla locanda. Quella stessa sera Nora capiterà per errore nella sua stanza, allarmata da dei lamenti sospetti, e per poco i due non trascorreranno insieme la notte. Ma Bruno l’allontanerà consapevole di dover ripartire la mattina seguente e di non poter di certo mettere radici, a causa del suo passato rivoluzionario. Bruno Damiani rappresenta lo stereotipo dell’uomo idealista e romantico. Sono due i sentimenti che lo dominano: quello verso la donna amata e l’ideale civile, come nel più classico dei personaggi della tradizione popolare. Più in avanti nella narrazione scopriamo che Nora è la nipote del nuovo datore di lavoro di Bruno, un armatore di buon cuore di nome Cesare Magni, e i due giovani avranno così modo di conoscersi in altre circostanze. E infine innamorarsi.

Ma il passato di Bruno continua a inseguirlo e presto dovrà farci i conti. Prima la verità sull’omicidio del quale è stato accusato, poi il mistero dell’uomo che mise incinta Nora e l’abbandonò al suo destino, verranno entrambi svelati, abbattendo ad uno ad uno gli ostacoli che si interpongono all’unione fra Bruno e Nora. La protagonista è un’eroina coraggiosa e impavida, molto moderna, ben diversa dalla cugina Floriana che rappresenta invece la ‘vecchia’ alta società italiana, ancorata alle tradizioni e a uno stile di vita tutto apparenze e nient’altro. Floriana è sposata con il conte Stefano Ballardi, l’antieroe per eccellenza. Vigliacco, vanesio e violento, riceverà infine la giusta punizione per i torti inflitti alla moglie, alle sue amanti e per il ruolo avuto, come si scoprirà, nella separazione di Nina dall’uomo che amava. A pareggiare i conti con lui non sarà Bruno, come si potrebbe immaginare, ma un personaggio di pari importanza, se non di più: il mare, che fa da punto focale, più che da cornice, alla storia de Le ragioni del cuore.

Il mare che da e toglie, come nella scena della tempesta in cui il cantiere Magni rischia di essere distrutto e alla fine si salva, ma per Stefano Ballardi non ci sarà alcuna pietà. Verrà trascinato dalla corrente fino a restituirne alla spiaggia nient’altro che il cadavere senza vita. Come in ogni favola romantica che si rispetti, Nora non potrebbe far nulla senza i suoi fidati amici e aiutanti, ovvero Lady Follet, nobildonna inglese che vive in zona e che prende la ragazza sotto la sua ala protettiva, e Sandrina, la sua cameriera personale, semplice e di bassa cultura ma con un gran cuore. Maria Masella si introduce con questo romanzo nel vasto campo del romance storico italiano, a volte poco riconosciuto a livello internazionale a causa di nomi noti come Lisa Kleypas e Judith McNaught, ma il più delle volte di pari livello. Ne Le ragioni del cuore ci sono tutti gli elementi del genere: avventura, storia, amore, amicizia e un pizzico di mistero. Un punto in più va assegnato a Maria Masella, scrittrice italiana conosciuta anche con lo pseudonimo di Mary M. Riddle, per aver mostrato in ogni pagina il meraviglioso paesaggio ligure e per aver proposto un tema così vicino alla nostra tradizione, eppure spesso poco raccontato, come quello delle lunghe e sanguinose guerre di indipendenza che hanno portato l’Italia ad essere quella che è oggi. Ha centrato l’argomento sottolineando in particolar modo il problema cardine dell’unificazione: l’eterogenea situazione culturale e linguistica del Paese.

Lemonade, Nina Pennacchi

 

“Di tutte le verità, le più angoscianti sono quelle che scopriamo su noi stessi”

 

Lemonade di Nina Pennacchi è un romance storico irriverente e politically incorrect, che stupisce per la crudezza del suo linguaggio e per le tematiche decisamente forti, raccontate con un misto di razionalità e sensibilità che crea un gioco di forza e debolezza atto a sedurre il lettore. Nina Pennacchi, autrice di Capitan Swing, definisce Lemonade come una versione moderna della favola di Cappuccetto rosso, della bambina mangiata dal lupo; ma la rivisitazione che ne fa suscita nel lettore opinioni opposte: c’è chi ne apprezza l’eccentricità e il coraggio nel denudare argomenti scomodi e scabrosi, come quello della violenza sulle donne, visti sotto un’altra luce che approfondisce il disagio che causa l’efferatezza, e c’è chi disapprova proprio l’atto desacralizzante e controcorrente del ‘perdono’ di un crimine così socialmente condannato. Nina Pennacchi apre ogni capitolo con una citazione famosa, da Seneca a Winston Churchill, che ben caratterizza la scena che si appresta a narrare. La frase che più identifica il romanzo è questa: “La limonata è la bevanda più innocua e salutare di ogni sala da ballo…” The London Magazine, 3 luglio 1826. E proprio da un incidente con un bicchiere di limonata durante un ballo in un salotto del Kent (siamo nell’Inghilterra del 1826) nasce l’intreccio di questo romance. Lemonade è la storia di un abuso. Del malessere di un uomo, Christopher Davenport, dal passato incredibilmente sofferto, vissuto fra la povertà, il suicidio della madre al quale ha assistito personalmente, e un tentativo di molestie da bambino. Ma è anche la storia di un amore vergognoso, inconfessabile, della vittima nei confronti del suo carnefice. Anna Champion è costretta con la forza a lasciar entrare Christopher nella propria vita, dopo essere stata violentata da lui e costretta dalle circostanze a sposarlo. Anna diventa inconsapevolmente pedina di un gioco che non conosce, della vendetta di Christopher nei confronti del padre, lo stesso uomo che lo ha rinnegato ancora prima che nascesse e che ha indotto la madre al suicidio. Ma la cura del suo disagio sarà proprio la persona alla quale ha fatto più male, che lo condurrà, e condurrà anche se stessa, a un percorso catartico di perdono e rinascita. Christopher Davenport è l’antieroe, l’esatto opposto del protagonista della letteratura romantica di stampo ottocentesco, così diverso dal suo rivale in amore in Lemonade, Daniel DeMercy, dolce e sensibile. Ma è proprio questo il punto focale del romanzo: l’assoluta imperfezione. Il peggiore degli uomini, condannabile moralmente sotto ogni punto di vista, può essere salvato. Ma la speranza di Nina Pennacchi di redimere il cattivo per eccellenza alla lunga diventa forzata, e decisamente prevedibile. Il cambiamento di Christopher Davenport è repentino e basato su fondamenta troppo deboli per risultare credibili. Lemonade sarebbe di certo più convincente se la malvagità di Christopher non fosse rappresentata in maniera così esasperata, ad esempio durante la scena del tutto gratuita e immotivatamente raccapricciante della violenza sessuale ai danni di Anna. L’accuratezza storica e la scrittura scorrevole, spesso asettica e scevra di sentimentalismo, contribuiscono a creare un buon romanzo. Che lo si ami, o lo si odi, dipende dalla coscienza di ogni lettore, senza vie di mezzo.

Tu sei mia di E.Anthony

 

“Quando l’ho conosciuto è stato come un risveglio. Dopo quel momento niente è stato più uguale. L’uomo che amavo e ritenevo irraggiungibile era sfigurato, nel corpo e nell’anima, e speravo con tutto il cuore che il mio amore potesse guarirlo”.

Il romanzo Tu sei mia (Garzanti, 2014) della scrittrice Elizabeth Anthony è facilmente collocabile per genere a metà strada fra il romance storico e l’erotico, una storia capace di soddisfare gli amanti del genere storico alla Downton Abbey e delle storie a forte tinte hot come L’uragano di un batter d’ali di Sara Tessa o Schiava per Vendetta di Ann Owen.

In realtà, ciò che ne viene fuori è un ibrido non molto riuscito, in cui le scene erotiche, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante del romanzo, sono abbozzate e poco credibili, inserite in maniera poco funzionale allo svolgere della trama. Va salvata la componente storica, molto curata e descritta con dovizia di particolari senza però rallentare l’andamento del libro rendendolo poco scorrevole. Tu sei mia è ambientato all’inizio del secolo scorso nella magica campagna inglese dell’Oxfordshire, la storia comincia prima della Grande Guerra e presenta la protagonista, Sophie, ancora tredicenne. Un giorno vede sua madre sentirsi male per strada ed è costretta a chiedere aiuto a un passante, per farla trasportare nell’ospedale più vicino, il caso vuole che sia un tale Mr Maldon, che Sophie rincontrerà a distanza di anni e del quale si innamorerà perdutamente. Mr Maldon si occupa della madre della ragazzina, che sfortunatamente muore poco dopo, e del suo funerale, e riesce a trovare un lavoro alla figlia, rimasta ormai orfana, presso una nota residenza signorile della zona. È così che Sophie, ancora piccola, comincia a lavorare come sguattera a Belfield Hall, pur continuando a restare in contatto con Mr Maldon via lettera, anche se non riceverà nessuna risposta da lui per molto tempo.

Il destino li fa rincontrare a distanza di anni proprio a Belfield Hall, quando MrMaldon, alla morte del vecchio duca, eredita il ducato e diventa il signore della tenuta. Sophie allora scopre che il ‘suo’ Mr Maldon e Lord Ashley, erede di Belfield Hall, sono in realtà la stessa persona. Sophie si trova a crescere in fretta prima sotto le macchinazioni di Lady Beatrice, una donna priva di scrupoli e amorale che aspira solo a sposare Lord Ashley ed essere così la nuova duchessa di Belfield Hall, poi diventando l’amante del duca. Sophie si troverà spesso a dover scegliere fra l’amore che prova per l’uomo che l’ha salvata anni prima e il decoro, in una lotta continua fra ciò che desidera e ciò che dovrebbe fare secondo i costumi della società del tempo.

I personaggi di Tu sei mia sono appena abbozzati dall’autrice, Ash è una versione un po’ più galante e gentile del Christian Grey di E.L James, con i soliti problemi di mancanza di fiducia e di eccessivo e maniacale controllo all’interno di un rapporto. Sophie è indescrivibile. Sembra dolce e innocente, ma perde un po’ troppo in fretta il controllo di se stessa con Lady Beatrice, la donna che la istruirà al sesso. Sembra docile e devota con Ash, ma lo abbandona alla prima occasione disponibile. La trama passa da momenti in cui il tempo della narrazione risulta molto più dilatato, ad altri in cui tutto viene consumato con una fretta estrema, come se l’autrice avesse avuto tante idee in testa e poco tempo per metterle per iscritto. Il risultato è decisamente confusionario. Si salva la scrittura, scorrevole e curata, e l’ambientazione, ben descritta, tuttavia resta il fatto che il nucleo centrale, ovvero la storia d’amore, non riesce a catturare l’attenzione come dovrebbe, probabilmente proprio per la mancanza di credibilità dei protagonisti. Risulta più reale il personaggio dell’odiosa Lady Beatrice, che ben incarna la voglia di vita e di divertimento propria dei Roaringtwenties, e la povera Cora, amica di Sophie, costretta a ripetere all’infinito gli stessi errori per amore. Il 2 Luglio scorso è stato pubblicato il seguito di Tu sei mia, Tu sei il mio desiderio, che lascia presagire una mancanza di originalità, oltre che nella scelta del titolo, anche nella stesura della trama.

Fonte: 900 letterario, il sito sul quale scrivo

Il falco di Maggio, di Elisabetta Bricca

 

La Cailleach era lì, uno sguardo penetrante negli occhi.(…) <Non puoi fare molto, Gwalch, ma farai tutto ciò che è in tuo potere per questa terra>                                                                                                                                                     <Dov’è la colpa, strega, dove?>Il viso dell’anziana donna si fece severo.<Non è mai colpa della madre terra, ma solo degli uomini> Bruce la fissò negli occhi, senza alcun timore.                          <Perché continui a chiamarmi Gwalch? Mia madre mi chiamava così…>                                         <Perché come il falco puoi volare alto, verso il sole… devi solo spiegare le ali e trovare la forza per farlo>

 

Il falco di Maggio di Elisabetta Bricca è l’ultimo romance storico della scrittrice italiana autrice di romanzi come D’amore e di ventura, pubblicato da Mondadori nel 2010, e del racconto Parigi… encore arrivato tra i finalisti del concorso letterario, indetto da Il Messaggero, “Donne che fanno testo”. Il falco di Maggio, edito da La Mela Avvelenata nel 2014, tratta la storia di Bruce Cavedish, marchese irlandese dal passato difficile, che nel 1846 eredita dal nonno fortuna e titolo nobiliare e si trasferisce nella residenza di Gwalchmai, dove aveva vissuto da bambino. Il suo comportamento fuori dagli schemi lo rende inviso alla nobiltà del luogo e lo fa avvicinare alla popolazione delle sue terre, colpite da una grave carestia. Bruce non è il classico gentiluomo snob abituato ai vezzi e alle comodità; ha ricevuto una severa educazione da parte del nonno materno, che preferiva i colpi di frusta ai rimproveri verbali, e ha perso i genitori da piccolo, evento che lo ha segnato e allontanato da tutti. Con la maggiore età arriva l’indipendenza: riesce finalmente a scappare dal giogo che lo teneva costretto a subire le decisioni del nonno, Lord Hamilton. Scappa dall’Irlanda e si trasferisce in Inghilterra dai parenti del padre. Ritorna in Irlanda soltanto per ereditare il titolo. Inizialmente la gente del luogo lo vede come l’ennesimo tiranno sfruttatore venuto a togliere loro quel poco che possiedono, ma ben presto si accorgeranno tutti del proprio errore di giudizio. Lord Cavedish, infatti, prova un grande attaccamento alla sua terra e lo dimostrerà diventando membro dell’alleanza feniana, in lotta per l’indipendenza dell’Irlanda dal giogo inglese. La storyline di Bruce Cavedish si snoda di pari passo con quella di Lord Flannagan, che tenta di far incolpare Bruce di un complotto ordito ai danni della regina di cui in realtà è lui stesso il responsabile, in accordo con il viceré. L’odio nei confronti del marchese nasce a causa dell’opinione discordante sul futuro dell’Irlanda libera: Lord Flannagan desidera razziare i raccolti e lasciare morire di fame gli irlandesi, Lord Cavedish sogna per il suo popolo un futuro diverso. È così che la guaritrice del villaggio lo ribattezzerà Gwalch, falco, per portare nuova luce al suo Paese. Insieme al riscatto per Gwalchmai, Bruce riuscirà anche a conquistare il cuore della ribelle Fionnula O’Halloran, un personaggio lontano dallo stereotipo della bellezza femminile, povera e con le mani annerite dal lavoro nei campi. Elisabetta Bricca porta su di sé un fardello pesante da sorreggere; cerca infatti di inserirsi in quel filone di romanzi stranieri che vede tra le sue collane nomi di autrici come Kathleen E. Woodiwiss, Lisa Kleypas e Mary Balogh, tradotte in tutto il mondo. Il risultato è un romanzo avvincente ma consumato troppo in fretta, e ancor più velocemente concluso. I protagonisti sono ben delineati, ma i personaggi secondari sono poco più che accennati e vengono lasciati irrisolti gran parte degli interrogativi posti. Ad esempio Lord Hamilton e la sua follia: da cosa nasce? Di quale disturbo soffriva il marchese e cosa lo ha indotto ad essere così violento con il nipote? Lord Flannagan e le sue ambizioni politiche, a cosa è dovuto un tale risentimento nei confronti di Lord Cavedish? I personaggi negativi, con la loro parte di oscurità, sono una grande risorsa per ogni autore e andrebbero sviluppati al pari dei protagonisti, perché limitarsi a bollarli come ‘cattivi’ è riduttivo e non riesce a dare un giusto prospetto sull’intera storia. Elisabetta Bricca subisce evidentemente il fascino della cultura celtica, già riportata in auge nella letteratura di stampo storico dalla saga di libri di Diana Gabaldon de “La straniera”, e la tratta con dovizia di particolari, soprattutto soffermandosi sulla condizione della donna a quel tempo,  sulla povertà della popolazione, costretta sotto il giogo inglese, e sulla fierezza degli irlandesi, che discendono da una stirpe di guerrieri. Questo concetto è ben spiegato nel seguente passo del romanzo:

Era qualcosa che aveva nel sangue, l’eredità di sua madre che tanto amava quella natura indomita, il ruggito dell’Atlantico, il vento che sussurrava tra i fiori vermigli dell’erica. Si sentiva libera, diceva lei, lì su quel picco a ridosso dell’Atlantico, mentre lo teneva, ancora bambino, sulle ginocchia e gli tempestava il viso di baci. ‘È il sangue dei Celti’, ripeteva accarezzandogli i capelli. ‘Forse, un giorno, dovrai lasciare il Donegall ma l’eco degli antichi, dei guerrieri, dei bardi ti riporterà alla terra cui appartieni.’

Fonte:900 letterario, sito sul quale scrivo

La figlia del matematico

Considerato il capolavoro di Laura Kinsale, e definito da Glamour “Una delle Love Story più amate dalle autrici di tutto il mondo”, La figlia del matematico (Bestsellers Mondadori, 2007) è un romance storico atipico, che elude lo stereotipo dell’amore romantico fra un uomo, dal carattere forte e autoritario, e una donna, possibilmente restia a concedersi alle attenzioni del protagonista, indipendente e carismatica. Il protagonista maschile de La figlia del matematico è il duca di Jervaulx, un ricco e arrogante seduttore che si trova, invece, improvvisamente e tragicamente, a perdere la capacità di parlare e di comunicare con gli altri, vittima probabilmente di un ictus, e nelle condizioni di non avere più il controllo di nulla.  Viene rinchiuso in un manicomio di lusso, solo per componenti indesiderati di ricche famiglie inglesi, nell’attesa che venga riconosciuta ufficialmente e legalmente la sua ‘follia’ e perda ogni diritto sul suo patrimonio. La protagonista è Maddy, o Tatamaddy come il padre si diverte a chiamarla (soprannome odioso che viene ripetuto fino alla nausea nella narrazione), una quacchera abituata al Semplice Parlare e al Semplice Vestire, che per religione non riconosce differenze di classe e da del tu a tutti. Maddy si ritrova a lavorare nel manicomio del cugino e prenderà a cuore il caso di Jervaulx, considerandolo un Incarico celeste, dato il legame che un tempo l’uomo aveva con suo padre, entrambi geni della matematica e facenti parte di un circolo di studiosi. Jervaulx è quindi alla mercé di Maddy, totalmente nelle sue mani, unica fra tutti che riesce a comunicare, in qualche modo, con lui e a vederlo come un uomo da aiutare e non un folle da rinchiudere per sempre. Il protagonista maschile è vulnerabile e Maddy ha una posizione di forza nei suoi confronti, ma ben presto il loro rapporto cambierà. Resta sempre l’interrogativo: due persone così diverse si sarebbero mai avvicinate l’una all’altra se non fossero stati trascinati dalle circostanze? Il vecchio Jervaulx non avrebbe mai sposato una quacchera, puritana e di rigidi ideali, e lei non avrebbe mai provato simpatia per un duca libertino, “uomo malvagio” lei lo chiama più volte ( altro soprannome fastidioso, che stona totalmente con il resto della narrazione) solo perché con lui si sente diversa e preda di desideri che non aveva mai avuto, tralasciando quello carnale si sente bisognosa di ‘vita’ come mai prima, è affascinata dagli abiti colorati (preclusi a una quacchera), dall’arte ( nessun quadro può essere appeso alle pareti di una casa quacchera) e dalla compagnia della ‘gente del mondo’ ( chiamati così tutti i non-quaccheri). Il passo decisivo per uscire da questa ‘setta’ lo compie sposando Jervaulx e venendo bandita dalla sua comunità. Maddy risulta, nella narrazione, dapprincipio dolce e amorevole, nell’occuparsi del duca e nell’impegnarsi nella sua riabilitazione, andando oltre l’ignoranza dell’epoca che lo vedeva come un pazzo senza speranza, scambiando un problema medico curabile con una punizione del cielo per i suoi peccati carnali, poi sempre più petulante e moralista, dando la colpa al marito di ogni passo che lei stessa sceglie di compiere in direzione contraria alla sua religione. Il suo personaggio migliora solo sul finale, quando ammette che non ci può essere nulla di ‘sporco’ nell’amore e che pur non essendo più ben accetta tra la sua gente può continuare a fare del bene al prossimo e seguire ciò che i suoi principi le suggeriscono di fare. Al contrario, Jervaulx all’inizio viene presentato come il più classico dei libertini, non proprio l’eroe romantico che ci aspetteremmo, ma alla fine, grazie anche al suo legame e alla necessità che sembra avere di Maddy, stimola una tenerezza che fa quasi commuovere, e con l’aiuto della moglie riesce a riottenere tutto quello che gli spetta di diritto, prima fra tutto: la dignità. È dunque una grande forza di volontà che si respira nel romanzo, della serie ‘volere è potere’, e ‘grazie all’amore nulla è impossibile’. Molto bella e curata anche la ricostruzione storica, soprattutto medica, dell’epoca, soffermandosi sui presunti metodi di cura, basati in gran parte sulla violenza, che venivano imposti ai malati. Rimane un po’ fastidioso nella lettura l’espediente che la Kinsale utilizza per farci capire appieno la difficoltà che Jervaulx ha nel comunicare. Ad esempio in questo passaggio:

 "Pensi ... no?" le chiese Christian. "Pensi che sei una dolce timida quacchera?" La risata scomposta che ebbe nel dire questo salì fino alle travi del soffitto. "Ostinata ... egoista ... bugiarda caparbia per orgoglio! Non farò riverenze al re, dannazione! Entrare nella cella di un pazzo ... a testa alta ... senza paura ... avrei potuto ucciderti, Maddy. Ucciderti cento volte."
"Era un Incarico" sussurrò lei.
"Era ... tu" replicò Christian. "Duchessa. Tu... mi hai tolto di là. Tu hai sposato... duca. Tu hai detto... niente cipria ai domestici." Indicò il pavimento. "Dimmi ora... in ginocchio, lo farò. Il dono del Diavolo." Incurvò le labbra. "Non perle, fiori... abiti da sera. Qualcosa di impuro in verità. Ti dono... egoista arrogante bastardo... quello che sono, e tutto quello che posso. Ti dono... mia figlia... perché la terrò... perché rovinerò il suo nome per far piacere a me... perché solo tu... solo tu, duchessa... capisci perché lo faccio. Perché solo tu ... puoi insegnarle abbastanza coraggio... insegnarle a non curarsi... il disprezzo... quello che dicono. Solo tu... insegnarle a essere come te. Una duchessa."

 

La Kinsale sottolinea la difficoltà del protagonista di esprimersi con periodi spesso spezzati e improvvisi voli pindarici, che trasmettono bene il senso di impotenza ma disturbano il più delle volte la mente del lettore nel corso della narrazione. Rimane comunque una scelta ben studiata ed efficace, nonostante quanto detto. La figlia del matematico si presenta, infine, come un romanzo storico che nel bene e nel male si fa ricordare, lascia il segno in quel mare di romance che spesso si appigliano solo a stereotipi e non a molto altro.

Fonte: 900 letterario, sito sul quale scrivo

Il profumo della rosa di mezzanotte, Lucinda Riley

 

Una notte, verso la fine di agosto, feci una serie di strani sogni e mi svegliai madida di sudore, pervasa da una terribile sensazione che non riuscivo a scacciare. Una settimana dopo, quando la maharani mi convocò in salotto, il cuore mi balzò in gola. Andai da lei con una sorta di presentimento: sapevo già cosa mi avrebbe detto.

 

Dalla penna di Lucinda Riley, autrice di bestseller come Il giardino degli incontri segreti, Il segreto della bambina sulla scogliera e La luce alla finestra, è nato un nuovo historical drama che ripercorre la Storia della prima metà del Novecento, vista attraverso gli occhi di una ragazzina indiana, divisa fra le tradizioni e la magia dell’India di un tempo e la modernità della scienza europea contemporanea. Lo stile della Riley è piuttosto riconoscibile: ama alternare il presente a continui flashback dal passato, e introduce spesso nelle trame dei suoi romanzi il tema dell’oriente e quello dei fiori e del loro significato. Anahita, protagonista de Il profumo della rosa di mezzanotte (Giunti, 2014), vive a cavallo fra due mondi e avrà una vita intensa e appassionante, che travolgerà il lettore facendolo sentire parte integrante di essa. È una storia dentro la storia, costruita con un meccanismo a scatola cinese che alterna passato a presente, nello stesso stile di autrici come Lesley Pearse e Corina Bomann. La narrazione si divide in due momenti, e in altrettante due voci narranti. Ai nostri giorni seguiamo il racconto di Ari Malik, giovane indiano benestante, a capo di una florida azienda informatica, che va a trovare la bisnonna Anahita Chavan per il suo centesimo compleanno. L’anziana donna, in quell’occasione, gli donerà un manoscritto che racchiude la storia della sua lunga vita e gli affiderà l’incarico di leggerlo e di scavare nel suo passato per ritrovare il figlio perduto molti anni prima e dato per morto. Ari, preso dal suo lavoro e dai suoi impegni, metterà in un cassetto il dono della nonna e proseguirà lungo la sua strada vivendo la sua vita indipendentemente dalla richiesta della donna, considerata da tutti in famiglia un tipo un po’ stravagante. Anni dopo lo ritroverà e, in un periodo di profonda riflessione, deciderà di lasciare il lavoro e di mettersi in viaggio verso l’Inghilterra, alla scoperta del mistero che avvolge il passato della sua famiglia. Il secondo punto di vista della storia è quello di Anahita, che in prima persona racconta la sua vita dall’infanzia alla maturità, rivolgendosi, come interlocutore, a Moh, il figlio perduto ottant’anni prima. Racconta con un’enfasi travolgente la magia dell’India della prima metà del Novecento, i colori e gli odori, dalle strade di un povero paese dell’entroterra alla maestosità del palazzo di Cooch Behar, con le sue stoffe pregiate e i suoi gioielli scintillanti. La sua storia appassiona e trascina per mano lungo il sentiero dei ricordi, caricando sulle spalle dell’ignaro lettore gioie e dolori vissuti da Anahita. Viviamo con lei il dramma della morte dei genitori, la paura del futuro, l’eccitazione per il trasferimento a palazzo come dama di compagnia della principessa Indira, la complicità con lei, diventata la sua più grande amica, il desiderio di studiare ed essere autonoma in un mondo in cui il ruolo della donna era ben circoscritto alle pareti di casa, la speranza riposta nel viaggio in Inghilterra, e la paura della guerra. Anahita vive il secolo ‘più lungo’ della nostra Storia, e così come il Novecento anche lei assiste e vive in prima persona una gran quantità di eventi. Quando Anahita si innamora di Donald, un giovane conte inglese, ci innamoriamo con lei. E quando le avversità li dividono per sempre, soffriamo anche noi. Avventura, mistero, amore, amicizia fanno de Il profumo della rosa di mezzanotte un romanzo completo, che ha il grande dono di farci affezionare come a un vecchio amico dopo le sue 640 pagine, sfogliate con voracità come se fossero solo poche decine. Unica pecca dell’edizione italiana del romanzo è la scelta della copertina, più adatta a un Harmony anni novanta che a un bestseller di un’autrice da 3 milioni di copie vendute, ma lo sbaglio è da imputare alle sole esigenze di collana dell’Editore Giunti, quindi può essere perdonato. Il senso di vuoto che si sente dopo la chiusura dell’ultima pagina è palpabile. Siamo Anahita e siamo Ari. Il pronipote della giovane e coraggiosa indiana verrà a capo del mistero, visitando i luoghi del manoscritto e conoscendo i discendenti dei protagonisti della storia, e scoprirà ben presto che ciò che Anahita ha scritto e lasciato ai posteri è solo parte di ciò che è davvero accaduto. Si troverà a districarsi fra due mondi diversi, quello orientale e quello occidentale, e due epoche diverse, divise l’una dall’altra da quasi cento anni, e scoprirà nella diversità il tassello che mancava alla sua vita. Comprendendo anche, come afferma la scrittrice Lucinda Riley, che godersi il momento, come dicono tutti i guru del mondo, è la chiave per essere felici.

Fonte: 900 letterario, il sito in cui scrivo

Il gioco segreto del tempo, di Paloma Sànchez-Garnica

 

“Giunse con tre ferite:
dell'amore,
della morte,
della vita.

Con tre ferite viene:
della vita,
dell'amore,
della morte.

Con tre ferite io:
Della vita,
della morte,
dell'amore.”

Con queste tre strofe del poeta Miguel Hernàndez viene introdotto Il gioco segreto del tempo, l’ultimo romanzo della scrittrice spagnola Paloma Sànchez-Garnica, che ha raggiunto il successo nel 2012 con la pubblicazione del suo terzo romanzo storico, La cattedrale ai confini del mondo, grazie al quale ha scalato le classifiche spagnole e italiane. Il gioco segreto del tempo narra la storia di due generazioni di uomini: coloro che sono vissuti in un periodo di grande sofferenza per tutta la Spagna, durante la guerra civile, e chi, ai giorni nostri, cerca di scavare in quel passato non troppo lontano per scoprirne i segreti e cercare di dare un senso a ciò che è accaduto.  “Quando tutto finirà… quando tutto finirà…” Queste sono le parole che nel 1936 Andrés Abad Rodrìguez ha impresso come un mantra nella sua mente, mentre guarda la fotografia ormai sgualcita della moglie, sdraiato sulla sua sudicia branda insieme al resto del battaglione, pensando a ciò che ha perduto e che forse prima o poi riuscirà a recuperare. La storia di Andrès e della moglie Mercedes Manrique Sànchez viene riesumata dalla polvere dei ricordi nel ventunesimo secolo da Ernesto Santamaria, aspirante scrittore squattrinato, per quella strana tautologia che vede il genio incompreso sempre relegato dentro una cornice modesta fatta di loft sporchi e disordinati e vite al limite. Ernesto, girovagando fra i mercatini dell’usato, trova una vecchia scatola dentro la quale vede la fotografia di Andrès e Mercedes, scattata nel 1936 nel piccolo paese di Mostoles. Da quel momento Ernesto comincia a scavare dentro al passato di quei due sconosciuti, intuendo la scintilla che può dargli l’ispirazione a scrivere il suo romanzo. La narrazione de Il gioco segreto del tempo alterna passato e presente, le vicende di Mercedes che scappa dal suo paese dopo l’arresto del marito per andare a Madrid a nascondersi in casa del medico benestante Eusebio Cifuentes, e le indagini di Ernesto a ritroso nel tempo. Essenziale per lo svolgimento della trama sarà l’incontro e l’amicizia nata da subito fra Mercedes e Teresa Cifuentes, figlia di Eusebio, entrambe innamorate e tenute lontane dai loro uomini dalla guerra civile. Mercedes, incinta del marito, e Teresa, pecora nera della famiglia perché parteggiante per i “rossi” e fidanzata con uno di loro, Arturo, vivranno una vita parallela alla famiglia Cifuentes, composta per il resto da avidi nazionalisti, arrivisti e sottomessi al regime, per cercare di ritrovare Andrès e uscire tutti indenni dal conflitto. Il desiderio di ricominciare e lasciarsi alle spalle il proprio passato si evince da questo passo del libro: “Il mio spirito ribelle, quello spirito che ho saputo assecondare solo quando sono riuscita a lasciarmi alle spalle tutto ciò che ostacolava la mia vita, e ho deciso di correre dei rischi per cercare qualcosa di meglio, per andare avanti, per guadagnare e anche per perdere perché la vittoria di ciascuno di noi si costruisce sulle rovine delle proprie sconfitte.” La storia di Ernesto si snoda fra indizi e intuizioni, nella migliore tradizione di Arthur Conan Doyle, con l’inserimento anche di elementi paranormali, mentre la storia di Mercedes e Teresa rientra nella migliore tradizione del dramma storico, genere molto diffuso in Spagna con Ildefonso Falcones, Maria Duenas e Carlos Ruiz Zafòn, quest’ultimo amante anche del mistero e dell’indagine a ritroso nella storia. I temi trattati sono molteplici: dalla condanna della guerra al tradimento e agli accordi sottobanco per sopravvivere nelle condizioni più difficili, dall’amore e i rapporti coniugali di quel periodo alla condizione della donna, non solo all’interno del matrimonio ma anche nelle gerarchie sociali. Le due linee temporali si uniranno con l’incontro fra Ernesto Santamaria e un personaggio principale della storia da lui narrata, e con la scoperta che la chiave del mistero sta proprio nella gravidanza portata avanti da Mercedes.

Fonte il sito sul quale scrivo: 900letterario

Espiazione, di Ian McEwan. Verità e finzione nell’incastro narrativo

 

“Lo spettacolo per il quale Briony aveva ideato locandine, programmi e biglietti, costruito il botteghino con un paravento sbilenco e foderato di carta rossa la cassetta dei soldi, era opera sua, frutto di due giornate di una creatività tanto burrascosa da farle saltare una colazione e un pranzo. Quando ebbe concluso i preparativi, non le restò altro da fare che contemplarne la stesura definitiva e aspettare di veder comparire i suoi cugini dal lontano nord.”

 

Un meraviglioso incastro di finzione e realtà, passato e presente, abbagli e immaginazione, è il capolavoro di Ian McEwan: Espiazione (Einaudi, 2003). Si tratta di un inno al potere riparatore della scrittura, alla potenza della creazione letteraria che pone l’autore al rango di Dio. Ian McEwan definisce così la magia della scrittura in uno dei passi più significativi del romanzo: “Il problema in questi cinquantanove anni è stato un altro: come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere i destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. È la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei.” Espiazione è un romanzo sentimentale, ma è anche un romanzo sulla guerra, un romanzo di formazione e del mistero, tutto in uno. È diviso in tre parti, non ripartite egualmente. La prima occupa più della metà del libro e narra le vicende avvenute in sole ventiquattr’ore, durante una calda giornata del 1935, secondo un espediente narrativo per cui tempo della storia e tempo del racconto non coincidono. Alla tenuta signorile dei Tallis arrivano ospiti: torna a casa Leon, il figlio ventiquattrenne e un suo amico, Paul Marshall, imprenditore a capo di un’industria di cioccolato che sta per stipulare un accordo con l’esercito per far includere i suoi prodotti nelle razioni alimentari in vista della guerra. Ad accoglierli in casa Cecilia, sorella di Leon, di ventun’anni, Briony, tredicenne, e la madre, la padrona di casa, perennemente preda di un atroce mal di testa. Il padre, vero capofamiglia, è assente per affari a Londra, ma si lascia intuire un’altra ragione, forse sentimentale, per il suo frequente assenteismo nei confronti della famiglia. Ma il quadro dei presenti in quella giornata del 1935 non è completo, sono invitati anche tre cugini, scombussolati dal divorzio imminente dei genitori, due ragazzini gemelli e la loro sorella maggiore Lola, di quindici anni, preda di quel classico fervore della gioventù che guarda all’età adulta con irresistibile attrazione. Tra Briony e Lola nasce una sorta di rivalità, dovuta anche alla preparazione di un piccolo spettacolo basato su una breve sceneggiatura teatrale scritta dalla stessa Briony, aspirante scrittrice. Agli invitati di quella sera si aggiunge Robbie, figlio della domestica ma elevato socialmente dal padre di Leon, Cecilia e Briony che ha generosamente pagato i suoi studi a Cambridge. Si percepisce una certa tensione fra Cecilia e Robbie, che viene avvertita dalla stessa Briony, vera narratrice della storia, che fraintende un certo gioco di sguardi fra i due e un approccio sessuale in biblioteca. Immagazzina queste informazioni, distorte nella sua mente ingenua, e le usa per accusare Robbie dello stupro di Lola, che avverrà quella sera stessa nel giardino adiacente alla casa. Briony assiste alla fuga dell’aggressore ma non lo vede in viso, tuttavia mentirà alla polizia e punterà il dito contro Robbie. La seconda parte del libro è ambientata in Francia cinque anni dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale, e vede come protagonista Robbie che ha accettato di arruolarsi pur di uscire prima dalla prigione dove ha espiato una colpa non sua per quattro anni. La terza e ultima  parte del libro vede Briony lavorare come infermiera a Londra durante la guerra, una punizione autoimposta a causa del senso di colpa per ciò che ha fatto da ragazzina e che ha sconvolto la vita di due persone, Robbie e Cecilia, che non hanno potuto vivere il loro amore a causa della sua menzogna. Una volta diciottenne Briony decide di fare qualcosa per restituire la dignità a Robbie, cambiando la sua deposizione e raccontando la verità a tutta la famiglia. L’epilogo è l’unica parte del romanzo ad essere narrata in prima persona, è Briony, una Briony settantasettenne, a parlare. Racconta della sua malattia, la demenza senile, che presto non le permetterà di accedere più ai suoi ricordi e della necessità di pubblicare il suo ultimo romanzo, che in realtà è il suo primo romanzo, mai pubblicato da ragazza. Tratta la vera storia di quella giornata del 1935 e si chiama Espiazione, dunque una metanarrazione, un romanzo all’interno del romanzo. Alla fine si scopre che parte della storia, ovvero le scene della terza sezione del romanzo in cui si vedono Cecilia e Robbie finalmente insieme, è del tutto inventata, perché in realtà i due protagonisti sono morti durante la guerra. Con la scrittura del suo romanzo, Briony vuole dare a sua sorella e all’uomo che amava il giusto lieto fine, che nella vita reale non è potuto avvenire a causa della sua falsa dichiarazione. Così descrive l’obiettivo del suo libro: “Gli amanti sopravvivono felici. Finché resterà anche una sola copia, un unico dattiloscritto della mia stesura finale… sopravviveranno per amarsi.” Ian McEwan è un maestro nell’incastro narrativo, nella caratterizzazione dei personaggi e  nell’intreccio dei diversi punti di vista che si trasformano in un caleidoscopio di sguardi deformati. Joe Wright nel 2007 dirige l’omonima stesura cinematografica del romanzo, con Keira Knightley, James MacAvoy, Romola Garai e Vanessa Redgrave, ricevendo 7 nomination agli Oscar 2008 e vincendo il premio per la miglior colonna sonora grazie al compositore pisano Dario Marianelli.

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Ornella De Luca, Messina