Narrativa generale e rosa

Vento dall’Est, di Chiara Albertini

 

Vento dall’Est

La nebbia è là…

Qualcosa di strano

Fra poco accadrà…

Troppo difficile

Capire cos’è

Ma penso che un ospite arrivi per me…

Vento dall’Est (Self publishing, 2016) è la seconda opera narrativa della scrittrice emiliana Chiara Albertini, che ha esordito nel 2014 con il romanzo Nel cuore di una donna.

Vento dall’Est è una ragnatela di immagini e vite diverse che, per volere del destino o del vento, si intrecciano fra loro in momenti diversi, dando e ricevendo l’una dall’altra qualcosa di fondamentale per sé. Il romanzo è diviso in tre parti e comincia nella contea di Clare, in Irlanda, presentando al lettore il tormento di Tracy, giovane donna che scopre di essere venuta al mondo per sbaglio e che, per il dolore di non sentirsi desiderata dal padre, decide di gettarsi da una scogliera. Siamo nel 1972 quando Tracy viene salvata da Ben, un ragazzo passato di lì per caso, o per meglio dire grazie al destino, dato che in questo romanzo nulla viene lasciato al capriccio della sorte, ma tutto ha un senso, anche se all’inizio non lo capiamo appieno. Quel giorno si disegna per Tracy un nuovo futuro, per mano della stessa persona che le ha ridato la vita. Tracy aveva solo bisogno d’amore, lo stesso perso prematuramente da parte della madre, morta anni prima, e dal padre, che mai l’aveva voluta con sé, e lo trova proprio tra le braccia di Ben. Vento dall’Est prende il nome da una filastrocca che Tracy porta sempre addosso, scritta su un foglietto di carta azzurra, regalatale dalla sua tata Isabel, una sorta di seconda madre per lei. Quei versi sono citati nel film Mary Poppins e parlano di sogni e di speranza. Una frase recita così: Penso che un ospite arrivi per me. Per Tracy il suo ospite è Ben, quella persona inaspettata che, portata dal vento, arriva a sconvolgere la sua vita. Grazie a lui metterà da parte il vuoto affettivo che pensava di non poter mai colmare e si aprirà a nuovi progetti, come quello di andare insieme a lui in Inghilterra e ricominciare da capo, diventando una scrittrice. La seconda parte del romanzo, infatti, è ambientata proprio a Londra. Sono passati sei mesi dal primo incontro tra Ben e Tracy e lei è già in dolce attesa. Purtroppo, però, il corso degli eventi prende una piega inaspettata e conduce Tracy davanti alla scelta più difficile di tutte: salvare la sua vita o quella della sua bambina? All’insaputa di Ben sceglierà di non abortire e lascerà a lui la responsabilità di crescere la piccola. Queste parole non riuscirà mai a dirgliele di persona, ma le lascerà racchiuse nel suo diario, consapevole che prima o poi lui le avrebbe trovate e forse, col tempo, sarebbe riuscito a perdonarla. Lo stesso vento che aveva condotto Tracy tra le braccia di Ben, gliela porterà via per sempre, riempiendo quel vuoto con una bambina sconosciuta, della quale l’uomo non sa come prendersi cura. A questo punto, il romanzo percorre due strade differenti ma parallele: quella del 1973, quando Ben decide di lasciare Shannon, nome scelto per la piccola insieme alla madre mesi prima, alle cure di un istituto religioso; e il 2015, quando il clochard Ben, vecchio e sporco, salva una donna da un borseggiatore. Ben non sa ancora che quel giorno il vento ha ricondotto tra le sue braccia la stessa bimba dalla quale si era separato anni fa. La prima parte di Vento dall’est tratta il tema del rapporto padre-figlia fra Tracy e Robert Chapman, noto avvocato di Limerick che l’ha concepita durante una scappatella con una domestica; la seconda parte del romanzo sembra distanziarsi completamente dalla precedente, cambiando la voce narrante da Tracy a Ben e Shannon, ma in realtà tratta il medesimo tema. La differenza sta nella prospettiva: anche se Robert Chapman non si è mai separato fisicamente dalla figlia, viveva comunque in un altro mondo affettivo, tenendola distante da sé e dal suo cuore. Ben e Shannon, invece, si separano poco dopo la nascita della bimba, eppure è come se fossero rimasti sempre legati, non fisicamente ma sentimentalmente. Ed è proprio quell’amore che li unisce a farli rincontrare a distanza di più di quarant’anni. Ben vede in Shannon la sua Tracy, persa tanto tempo prima, sia nei lineamenti simili, sia nell’amore per i libri e per le parole che hanno il potere di ‘curare l’anima’, ma vede anche un po’ di se stesso in lei, nella voglia alla base del collo che entrambi hanno identica. Vento dall’ Est è un romanzo di incredibile profondità, che colpisce e commuove per la poesia dei suoi lunghi flussi di coscienza, che comunque non rendono lenta la lettura poiché scritti con una sintassi chiara, chiusa in capitoli brevi e simili a istantanee. Ciò che non convince molto sono i dialoghi, se uno stile di scrittura ricercato va bene per i discorsi indiretti e per le descrizioni, risulta invece artificioso dentro ai discorsi diretti, rendendoli un po’ troppo ‘rigidi’ e lontani dallo stile del parlato, molto più colloquiale nella realtà. Come l’uso del passato remoto, ecco un esempio: “Ma perché, Tracy? Perché piangesti?” Usando al suo posto il passato prossimo la domanda sarebbe risultata alla lettura molto più fluida e più ‘vicina’ alle forme della sintassi diretta. Quello che, al contrario, colpisce in positivo è la ricca simbologia nella narrazione, densa di significati sottesi. Prima fra tutti quella riguardante il vento, di cui abbiamo già parlato. È come se il vento rappresentasse il destino, che ha un piano per ciascuno di noi, l’importante è saper aspettare e sperare. Un’altra immagine ricca di fascino è quella del mare. All’inizio del romanzo l’oceano è sinonimo di morte, Tracy ricerca fra le sue onde l’agognata fine del proprio tormento, nell’epilogo invece rappresenta per Ben e Shannon un modo per far pace col passato e ricominciare da lì in poi una nuova vita assieme.

La pioggia si può bere

 

“Esistono amori soffusi Demetra che si sfigurano sotto i sassi delle incomprensioni o delle parole che noi abbiamo avuto l’ardire di dirci mai. Esistono degli amori che fanno dei viaggi lunghi una vita intera ma che prima o poi arrivano e che, seppur debilitati e inespressivi, non perdono mai la loro essenza”.

La pioggia si può bere, frutto del self publishing italiano, è una drammatica epifania di sentimenti, primo romanzo di Silvia Tufano, autrice emergente (nata a Nola nel 1976), che si è già fatta conoscere dai lettori lo scorso anno con la raccolta di racconti Il sole sorge a Est, edita da Aletti Editore nel 2015.

Demetra, la protagonista de La pioggia si può bere, è un’anti-eroina, “sfigata” e un po’ depressa, che porta sulle proprie spalle il peso di una vita da emarginata, soprattutto all’interno della sua stessa famiglia. Achille, il padre, è un uomo che non si è mai assunto questo compito, egoista e bugiardo, tradisce da sempre la moglie, ignorando del tutto le figlie; Ines, la madre, è martire consapevole del marito e carnefice della figlia Demetra, paragonatada sempre all’ascetica perfezione della sorella, laureata, fidanzata e in peso forma, ovvero tutto quello che Demetra non è; e infine Viola, la sorella- rivale di Demetra che, come scrive la stessa autrice, non rappresenta altro che abbaglio, frivolezza e manierismo.

La scelta dei nomi dei personaggi principali non è affatto lasciata al caso, si denota un’affezione ai miti greci dell’autrice che confluisce nella mente della stessa protagonista che narra il mito di Demetra, in antitesi alle ‘viole del pensiero’, nome scelto infatti per la sorella Viola, da sempre in contrasto con lei. La vita di Demetra è vuota e banale, un’esistenza da alienata, in perenne conflitto col mondo; è una donna incapace di adeguarsi alle scorrettezze, è una purosangue disobbediente di fronte ad ogni espressione di prepotenza, come la descrive Silvia Tufano. È così che si trova a perdere il lavoro, a causa di un’accusa infondata di furto, e a cercarne subito un altro, sottopagato e umiliante, che consiste nel cercare di vendere libri porta a porta, ma che in pratica si risolve spesso in uno scontro verbale con i vari inquilini, irritabili e desiderosi di mantenere la propria quiete domestica. Ma è proprio grazie a questo lavoro, molto al di sotto delle sue capacità, che la ragazza incontrerà Giona, un ragazzo già intravisto al parco. Giona è un sognatore distratto, di quelli con la rima sempre in bocca e una chitarra in mano, e comprende già tutto il peso che Demetra porta sulle spalle, prima ancora di conoscerla davvero. Dopo un amplesso consumato senza bisogno di spiegarsi nulla, i due cominciano, all’inizio stentando, una relazione che porterà Demetra a provare a raggiungere la felicità, per la prima volta nella sua vita, e ad abbandonare lo stato di solitudine perenne dietro il quale si era trincerata. Dice infatti Giona alla ragazza in un passaggio molto toccante del libro: “Non hai bisogno di raccontarmi nulla Demetra, tu hai tutta la vita negli occhi”.

L’ostacolo più grande per la protagonista per raggiungere la pace sarà superare la rabbia nei confronti del padre e il dubbio che lui abbia compiuto degli abusi su di lei e sulla sorella Viola, quand’erano bambine. Grazie all’amicizia con i vicini di casa Aldo e Alfredo, padre e figlio adottivo (che è stato vittima di gravi violenze nella famiglia d’origine), e a causa di una lettera lasciatale dal padre prima di morire, Demetra riuscirà a perdonare all’uomo le sue continue mancanze con le figlie, e a ricordare cosa successe in realtà quel giorno di molti anni prima dentro la vasca da bagno insieme alla sorella Viola. Achille, che nel libro viene chiamato spesso per nome dalla protagonista, probabilmente a sottolineare la lontananza che intercorre fra padre e figlia, fa un ultimo regalo a Demetra (ciò rappresenta una sorta di riscatto) prima di morire, quello di cui lei ha più bisogno: una famiglia. È così che le rivelerà l’esistenza di un’altra sorella, nata da una relazione extraconiugale del padre, di nome Ines, con la quale forse Demetra potrà trovare quell’affetto incondizionato che solo la famiglia può darci. Il titolo del romanzo, La pioggia si può bere, richiama una frase del padre di Demetra, un ricordo che le torna alla mente sul finale, in parte reale e in parte forse ricostruito, che rappresenta un abbaglio di tenerezza dentro all’abisso di indifferenza col quale ha sempre vissuto.

Silvia Tufano ama soffermarsi sulle descrizioni paesaggistiche, che sovente riflettono lo stato d’animo della protagonista, la influenzano e sembrano lasciarsi influenzare da lei, con grande accuratezza e capacità evocativa, che sembra essere mutuata dalla poesia più che dalla narrativa. Tuttavia in alcuni tratti, durante la lettura, si sente la mancanza di un adeguato discorso diretto che bilanci, con un ritmo più veloce, la lentezza dei frequenti flussi di coscienza e delle descrizioni d’ambiente. Il romanzo si presenta così all’inizio, con una panoramica sulla vita e sulla mente di Demetra, grazie anche ai numerosi flashback, che di certo ci permettono di conoscere la protagonista e di entrare nel suo mondo, ma che impediscono alla narrazione di decollare veramente. Solo dopo il secondo incontro con Giona e in seguito alla nascita dell’amicizia fra Demetra e il piccolo Alfredo la storia prende davvero forma e migliora poi verso il finale, in cui si avverte il passo in avanti fatto dalla protagonista per superare il suo disagio, un volo commovente che può essere d’esempio a tutte le Demetra del mondo, come si augura la stessa autrice.

Stilisticamente parlando si denota un’accuratezza linguistica che sconfina purtroppo nell’eccesso di termini fin troppo ampollosi, invece della variante semantica di uso più comune (fagocitare al posto di mangiare, eternizzare con una fotografica invece di immortalare, miscelare un cartoncino tra le mani al posto di rigirarsi, abbigliarsi invece di vestirsi) nonché una frequente presenza di similitudini, che da una parte solleticano la memoria del lettore con suggestive immagini ma dall’altra danno l’impressione, soprattutto nei dialoghi, di un uso eccessivamente artefatto della parola, lontano dal risultare verosimile.

Dalla lettura de La pioggia si può bere, si evince una grande sensibilità dell’autrice campana ai problemi sociali, probabilmente grazie anche al suo lavoro di pedagogista specializzata nel recupero del disagio sociale, e alle dinamiche interne alle famiglie, costruite spesso surapporti corrotti e distruttivi, fossilizzati nel tempo. Ma quello che Silvia Tufano vuole trasmettere è la possibilità di cambiare, di saper perdonare e di andare avanti, nonostante tutto e tutti. La rinascita di Demetra è possibile.

“L’Alchimista”

 

"Ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose".

L’Alchimista è considerato il capolavoro di Paulo Coelho, pubblicato nel 1988. È stato tradotto in 56 lingue e ha venduto oltre 100 milioni di copie. La “Bibbia” di Coelho racconta il viaggio dei viaggi, allegoria dell’umano percorso che, anche se già scritto, spesso se ne ignora l’obiettivo e si lascia fluire senza controllo davanti ai nostri occhi. L’insegnamento di Santiago, protagonista della storia, è di ascoltare attentamente il cuore e compiere la propria “leggenda personale”. L’obiettivo di Santiago, pastore andaluso che ha conosciuto in giovinezza il latino, lo spagnolo e la teologia durante il suo periodo in seminario, è di trovare un tesoro sepolto in Egitto ai piedi delle Grandi Piramidi. A rivelargli la sommaria ubicazione è stato un sogno premonitore, e a dargli la forza e il coraggio di abbandonare tutto, vendere il proprio gregge e intraprendere il suo viaggio, è stato il vecchio Re di Salem, che gli consegna due pietre, una raffigurante il e l’altra il no, che gli indicheranno il cammino da compiere. Il romanzo si snoda in un arco temporale sospeso, non indicato, ma che sommariamente circoscrive la narrazione in due anni: Santiago parte dall’Andalusia e arriva a Tangeri, lì viene derubato e per riguadagnare i soldi necessari al viaggio rimane nella città per un anno. Dopo aver messo da parte una bella somma nella bottega del Mercante di Cristalli, riprende il suo percorso, grazie a una carovana arriva a El Faiyum dove incontra due personaggi fondamentali, la ragazza di cui si innamora, Fatima, e un Alchimista, che gli insegnerà l’importanza di conoscere sé stessi, di scoprire l’Anima del Mondo, l’Amore e il Linguaggio Universale, di parlare al sole e al vento e di compiere la propria Leggenda Personale.  “la tua Leggenda Personale. [...] è quello che hai sempre desiderato fare. Tutti, all'inizio della gioventù, sanno qual è la propria Leggenda Personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile, e gli uomini non hanno paura di sognare e di desiderare tutto quello che vorrebbero veder fare nella vita. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la Leggenda Personale. [...] Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà ti insegnano a realizzare la tua Leggenda Personale. Preparano il tuo spirito e la tua volontà. Perché esiste una grande verità su questo pianeta: chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, quando desideri una cosa con volontà, è perché questo desiderio è nato nell'anima dell'Universo. Quella cosa rappresenta la tua missione sulla terra. [...] l'Anima del Mondo è alimentata dalla felicità degli uomini. O dall'infelicità, dall'invidia, dalla gelosia. Realizzare la propria Leggenda Personale è il solo dovere degli uomini. Tutto è una sola cosa. E quando desideri qualcosa, tutto l'Universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio.” Poco prima di arrivare in Egitto, però, Santiago viene rapito da una banda di predoni. Verrà rilasciato soltanto dopo aver rivelato loro lo scopo del suo viaggio e aver raccontato del sogno che lo ha indotto a partire, scoprirà così che anche uno dei predoni aveva fatto lo stesso sogno e gli indicherà la sua meta esatta. Il tesoro, infatti, non si trova in Egitto ma nel luogo esatto in cui lui pascolava il suo gregge in Andalusia. Dopo essere tornato a casa e aver trovato il tesoro, Santiago decide di vivere finalmente il suo amore con Fatima, reo di aver capito ciò che davvero conta nella vita, ovvero il viaggio che porta alla costruzione e alla scoperta di sé. Noi siamo Santiago. E il suo viaggio è il viaggio esistenziale che tutti siamo destinati a compiere. I predoni sono gli ostacoli da superare con coraggio e astuzia. L’Alchimista e il Re di Salem sono quelle guide, quei mentori che spesso trascuriamo di ascoltare, e la cui saggezza viene spesso accantonata come spicciolo nozionismo. Fatima è la meta ultima, i sentimenti che sono la vera ricchezza della vita. E la morale è che siamo già dove vorremmo essere, la felicità non è un luogo da inseguire, ma la consapevolezza di essere noi. Uno spettacolo irripetibile. Paulo Coelho racconta un viaggio dell’anima, sul modello di Hermann Hesse, con grande poesia e leggerezza, adatto a chi si affaccia alla vita ma anche a chi vi si trova immerso e ancora non ha capito da che parte si sta dirigendo, intrappolato nella monotonia della quotidianità.

“E quando tutti i giorni diventano uguali è perché non ci si accorge più delle cose belle che accadono nella vita ogniqualvolta il sole attraversa il cielo”

Io prima di te, di J.Moyes

 

Lo baciai, cercando di riportarlo indietro. Lo baciai e tenni le labbra contro le sue finché i nostri respiri si mescolarono e le lacrime che sgorgavano dai miei occhi diventarono sale sulla sua pelle, e mi dissi che, da qualche parte, minuscole particelle del suo corpo sarebbero diventate minuscole particelle del mio, assorbite, inghiottite, vive, eterne. Volevo imprimere anche il più piccolo pezzettino di me contro di lui. Volevo lasciare qualcosa di mio dentro di lui. Volevo dargli ogni briciolo di vitalità che sentivo e costringerlo a vivere. Mi resi conto che avevo paura a vivere senza di lui. <<Com’è che tu hai il diritto di distruggere la mia vita>> volevo chiedergli <<ma io non ho voce in capitolo nella tua?>>. Ma avevo fatto una promessa.

Leggere Io prima di te (Mondadori, 2013) della scrittrice britannica Jojo Moyes può essere per molti giovani lettori un’esperienza letteraria di passaggio. Ci si può impiegare settimane prima di trovare il coraggio di mettere per iscritto la portata delle emozioni che è in grado di suscitare la lettura di questo libro tanto osannato nella reta che prilifera di e-book Young Adult parecchio stereotipati. Ed Io prima di te l’impronta la lascia, eccome. La copertina può trarre in inganno. Lo sfondo rosa e la ragazza in primo piano fanno pensare ad un romanzo rosa, una commedia leggera già letta e riletta.

Io prima di te racconta la storia di una comune ragazza inglese, né colta, né speciale, né bellissima. Louisa Clark è fidanzata da sette anni con un uomo che ormai non ama più, con il quale sta assieme quasi esclusivamente per abitudine. Ha perso il lavoro ed è in cerca di un nuovo impiego per aiutare la famiglia, in gravi condizioni economiche, ad andare avanti. Dopo una serie di esperienze lavorative disastrose si imbatte in un annuncio promettente: si cerca una donna che funga da ‘dama di compagnia’ per un ricchissimo uomo tetraplegico. Dato che l’impiego non prevede conoscenze infermieristiche pregresse, Louisa si reca al colloquio e inaspettatamente ottiene il lavoro. Viene scelta per la sua simpatia e la sua parlantina, indispensabili per allietare le giornate di Will Traynor, trentacinquenne depresso e costretto su una sedia a rotelle, scorbutico e intrattabile, privo ormai della voglia di vivere.

Per Will, giovane e affascinante manager della City, abituato agli sport estremi e alla bella vita, adattarsi alla condizione di tetraplegico è stato ancora più difficile che per un qualsiasi altro paziente. La voglia di indipendenza e l’impossibilità di fare anche solo una delle cose che amava lo hanno reso un emarginato, un uomo burbero sempre chiuso in casa che ha rotto i ponti con tutti i suoi amici e chiunque gli ricordasse la sua vecchia vita. Il rancore e il senso di impotenza sono ben trattati nel romanzo, così come l’angoscia e la paura per il proprio incerto futuro. Louisa, allettata dal lauto salario, accetta subito il lavoro, ma rimane incuriosita dalla durata del suo contratto: solo sei mesi. Scoprirà ben presto che Will Traynor, dopo un tentativo di suicidio fallito, ha stretto un patto con la madre: le ha concesso sei mesi di tempo prima di ricorrere al suicidio assistito presso una rinomata clinica svizzera. Ecco la reale motivazione di quella stramba offerta di lavoro; Louisa infatti ha il compito di portare un po’ di vitalità nella ormai squallida esistenza di Will Traynor invogliandolo a vivere, nonostante la tetraplegia, nonostante tutto.

La ragazza entrerà a forza nella vita di Will, andando contro le sue reticenze, il suo sarcasmo, le sue cattive maniere, facendo breccia nel muro di inavvicinabilità che l’uomo ha eretto attorno a sé, prima con l’amicizia poi con un sentimento più forte. L’allegria contagiosa di Louisa, caricata dall’autrice rendendola quasi un personaggio comico (vedesi anche i suoi discutibili gusti in fatto di abbigliamento), riuscirà a riportare Will nel mondo esterno ma, inaspettatamente, sarà lui a ‘insegnare’ a lei a vivere, a trasmetterle quell’audacia che tutti dovremmo avere nell’affrontare la vita giorno per giorno, attimo per attimo, cogliendo ogni momento come fosse l’ultimo. I personaggi sono delineati quanto basta, approfonditi sì, ma lasciando sempre alcune domande inespresse (un libro in fondo per metà lo scrive l’autore e per metà il lettore).

Lo stile è fluido e scorrevole, con parti volutamente più lente per dare l’idea della vita monotona e ripetitiva che si respira nella dépandance di Will, tra lo scetticismo iniziale di lui e l’incapacità di lei di relazionarsi con un uomo che non vuole relazionarsi con nessuno. Il finale facilmente intuibile sin dall’inizio, ma non per questo meno intenso e commovente quando arriva. Io prima di te è un libro che distrugge. Forse perché nella sua semplicità e leggerezza non ci si aspetta una riflessione così forte sulla vita e la morte, sulla libertà di scelta dell’individuo portata fino all’estremo. Quello che ci si chiede è: fino a che punto la vita è degna di essere vissuta? Nel romanzo non si dà una risposta a questa domanda, ma si afferma espressamente che a volte, purtroppo, l’amore non basta a guarire ogni cosa e che si può aiutare solo chi vuole essere aiutato, come afferma lo stesso Will:

«So che la maggior parte della gente pensa che vivere nelle mie condizioni sia praticamente la cosa più terribile che possa capitare, ma potrebbe anche andare peggio. Potrei finire per non essere più in grado di respirare da solo o di parlare, oppure avere dei problemi circolatori che potrebbero implicare l’amputazione degli arti. Potrei essere ricoverato per un tempo indefinito. La mia non è una gran vita, Clark, ma quando penso a quanto potrebbe peggiorare certe notti resto disteso sul letto e mi manca il respiro. Deglutì. E sai una cosa? Nessuno vuole sentir parlare di tutto questo. Nessuno vuole sentirti dire che sei spaventato, o che soffri, o che hai paura di morire per colpa di qualche stupida infezione presa per caso. Nessuno vuole sapere come ci si sente a essere consapevoli che non farai più sesso, non mangerai mai più il cibo che hai cucinato con le tue stesse mani o non potrai più tenere tuo figlio tra le braccia.Nessuno vuole sapere che qualche volta mi sento così intrappolato su questa sedia che ho soltanto voglia di gridare come un pazzo al pensiero di trascorrere un altro giorno inchiodato qui. […] Tutti vogliono vedere il lato positivo. Hanno bisogno che io veda il lato positivo. Hanno bisogno di credere che esista un lato positivo».

L’animo sentimentale di molti è profondamente in conflitto con questo concetto, ma in certe questioni, come è giusto che sia, il giudizio deve restare sospeso. Quello che è certo è che Io prima di te non si dimentica, e qualsiasi libro leggerete subito dopo vi deluderà inevitabilmente.

Fonte:900 letterario, il sito sul quale scrivo

“Il mondo di Sofia”, di Jostein Gaarder

 

“Pensa a quello che succede quando si assiste a un gioco di prestigio. Non riusciamo a capire come sia successo quello che abbiamo appena visto. Allora ci chiediamo: come ha fatto il prestigiatore a trasformare un paio di fazzoletti di seta bianca in un coniglio vivo? Ecco: per molte persone il mondo è incomprensibile nello stesso modo in cui è impossibile capire come il prestigiatore possa estrarre un coniglio da un cappello a cilindro che un attimo prima era assolutamente vuoto. Per quanto riguarda il coniglio, ci rendiamo conto che il prestigiatore deve averci ingannato. E noi vogliamo scoprire proprio come ha fatto. Quando parliamo del mondo, la situazione è un po’ diversa. Noi sappiamo che il mondo non è né un imbroglio né un inganno perché camminiamo sulla Terra e noi stessi ne facciamo parte. In fondo siamo noi il coniglio bianco che viene estratto dal cilindro. La differenza tra noi e il coniglio consiste solo nel fatto che il coniglio non è consapevole di prendere parte a un gioco di prestigio; noi invece ci sentiamo coinvolti in qualcosa di misterioso e vogliamo scoprire come tutto sia collegato”.

 

Il mondo di Sofia è un romanzo di Jostein Gaarder del 1991, uno studio della storia della filosofia sapientemente camuffato da romanzo d’avventura. Il libro ha consacrato l’autore di L’enigma del solitario a livello internazionale, dato che Il mondo di Sofia è stato anche elencato nella Classifica dei Bestseller più venduti di sempre, classificandosi al 34esimo posto con 40 milioni di copie vendute. In Italia venne pubblicato nel 1994 e nel 1995 vinse il Premio Bancarella.  Il romanzo narra il mistero di una ragazzina norvegese, Sofia Amundsen, che riceve da uno sconosciuto filosofo, Alberto Knox, un corso di filosofia a “rate”, diviso in pacchetti e lasciato per lei nella buca delle lettere. Sofia, dapprima scettica, comincerà a leggere le pagine di filosofia con sempre maggiore trasporto, incuriosita dalle motivazioni che hanno portato l’uomo a interessarsi proprio a lei, e sapendo soltanto che la propria vita e il “mistero del filosofo” sembrano intrecciarsi alla figura di un’altra ragazza, Hilde Moller Knag.  Il passaggio dal piano narrativo di Sofia, dalla sua vita tra la scuola e la madre, all’immersione nel mondo della filosofia avviene di frequente nel susseguirsi delle pagine, tanto da creare un ritmo regolare e per la maggior parte monotono, per quanto cadenzato. Il racconto delle teorie di Platone e Aristotele, o della filosofia romantica, o delle tesi darwiniane, è molto chiaro, didattico e, seppur in sintesi, esaustivo e illuminante per chi voglia dare una ripassata ai vecchi studi scolastici; qui si nota l’impronta pedagogica di Gaarder che è stato professore di filosofia prima di dedicarsi esclusivamente alla professione di scrittore. Ma andando avanti nella lettura cala l’interesse per il mistero di Sofia e del filosofo, che appare privo di senso e di logica, e anche per le lezioni di Alberto Knox, un po’ troppo pesanti e poco adatte al ritmo incalzante che dovrebbe mantenere un romanzo per tutta la durata della narrazione. Per poi terminare in un finale che scade nell’assurdo, nella fantasia più ridicola, riassumendo la realtà di Sofia e Alberto in un mero racconto, una metanarrazione scritta dal Maggiore Knag per il compleanno della figlia, come si evince da questo passo: “Cerca di immaginare che tutto ciò che stiamo vivendo avvenga nella coscienza di un altro. Noi siamo questa coscienza, quindi non abbiamo una nostra anima, siamo l’anima di un altro”. Nell’ultimo capitolo i due mondi, quello reale di Hilde e del padre, e quello fantastico, di Sofia e del filosofo, si intersecano senza mai davvero toccarsi, in una scena che è metafora della nascita del mondo e delle prime forme di vita. Molto penetranti le citazioni sull’uomo e sul suo approccio all’esistenza, come questa: “Ma la vita è triste e solenne. Ci fanno entrare in un mondo meraviglioso, ci incontriamo, ci salutiamo e percorriamo la stessa strada per un pezzo, poi scompariamo nel medesimo modo assurdo e improvviso in cui siamo arrivati”. Alberto Knox sollecita Sofia a praticare un’arte sempre più in disuso: quella del porsi domande. Sull’uomo. Sulla vita. Sull’universo. E lo fa forzandola a estraniarsi dalla sua esistenza di quindicenne di oggi, per indossare i panni dei vari padri della filosofia, per cercare di vedere il mondo con i loro occhi. Perché chiunque può occuparsi di filosofia, chiunque usi la Ragione per cercare di dare un senso alle cose del mondo, mosso da un raro fervore chiamato curiosità.

Fonte: 900 letterario, il sito sul quale scrivo

Recensione “Castelli di rabbia”

 

Castelli di rabbia è la prima opera narrativa  di Alessandro Baricco, edita dalla casa editrice Rizzoli nel 1991 e vincitrice del Premio Campiello e del Prix Médicis étranger 1995. Il titolo ha una duplice valenza semantica: l’immagine del castello rappresenta i sogni infranti, la tendenza utopica all’infinito, tipica dell’infanzia, che inesorabilmente termina in un abisso di dolore e nell’inevitabile scontro traumatico con la realtà; la rabbia è una componente caratteriale di tutti i personaggi della storia, elemento che viene sottolineato da un linguaggio molto forte e, sovente, da scene di grande intensità. Ne è un esempio l’episodio della morte del signor Andersson, socio in affari e amico del protagonista, il Signor Rail:

“-Addio, signor Rail.                                                                                          

Un buio nero, da non vederci a bestemmiare. – Addio, Andersson.Il vecchio Andersson morì con il cuore spaccato,quella notte stessa, mormorando una sola, esatta, parola: Merda”

Il romanzo è permeato da un forte positivismo che, in maniera quasi ossimorica, non si basa sulla Ragione ma sembra legato all’ambito metafisico. Più che nelle altre opere di Alessandro Baricco, si respira l’aria del progresso propria dell’Ottocento, l’attrazione verso la scienza e i prodotti dell’industria, che non sono usati, come si potrebbe immaginare, per semplificare la vita e avvicinarsi alla modernità, infatti sono opere prive della benché minima utilità pratica, bensì per concretizzare l’irrealistica tendenza all’infinito. Il progetto della locomotiva Elisabeth prevede che viaggi su 200 km di rotaie perfettamente diritte senza condurre in alcun luogo preciso, senza dunque fermarsi in nessuna stazione, il Crystal Palace di Hector Horeau è un palazzo di vetro che non mira a rivoluzionare le tecniche architettoniche con l’utilizzo di ferro e vetro, senza più limitarsi a calce e mattoni, ma serve ad intrappolare la luce in modo che chi vi entri possa sentirsi al chiuso e all’aperto al tempo stesso, a contatto con il mondo eppure distante oltre un vetro.La trama dell’opera, divisa in sette capitoli, è ambientata nell’immaginaria Quinnipak, un non-luogo al pari della Locanda Almayer, paese all’interno del quale si snodano le vicende dei personaggi, presentate a frammenti, intrecciate l’una all’altra eppure distanti, cariche di significato simbolico eppure incomprensibili fino al capitolo finale, con un metodo per cui ogni personaggio sta nella narrazione come un bottone sta nell’asola. Nelle ultime pagine, con una tecnica di scrittura mutuata dal cinema, si inquadra la narratrice, fino a quel momento rimasta in disparte come una voce fuori campo, e la si vede spiegare che la storia, i personaggi, la stessa Quinnipak, altro non sono che invenzioni della stessa per sfuggire alle proprie sventure, un modo per rifugiarsi nella fantasia e non pensare al presente. Eppure, se per i personaggi da lei inventati non c’è lieto fine, non c’è soddisfazione, per lei la storia viene lasciata in sospeso, dando come unica speranza la parola America, forse lì troverà una vita vera alla fine di un lungo viaggio, sia fisico che metaforico. E’ evidente lo stretto legame che intercorre fra Castelli di rabbia e il monologo teatrale Novecento, pubblicato nel 1994. Anche lì troviamo il sogno americano e la componente musicale attorno alla quale si snoda la trama, in Novecento è opera del pianista Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, in Castelli di rabbia è legata alla figura di Pekish, grande musicista di note inesistenti e inventore di un  nuovo strumento: l’umanofono. Le storie dei personaggi, il signore e la signora Rail, Pekish, Penht, Hector Horeau, Mormy, la vedova Abegg, sono costruite come le strade di un labirinto, che si snoda a partire da un centro. Il centro per Castelli di rabbia è la scena del giorno di San Lorenzo, momento in cui le due bande, partendo da poli opposti, si incontrano al centro del paese. E’ un processo a matrioska che secondo un espediente narrativo composto da flashback(analessi ) e flashforward(prolessi), da finzione e realtà, che è anch’essa finzione, si pone a più livelli di analisi e su più linee temporali e spaziali, in un gioco di incastri tipico dello stile di Alessandro Baricco. Il percorso psicologico per raggiungere l’agognata chimera porterà ai personaggi nient’altro che sventura: Hector Horeau e Pekish prede della follia, Il signor Rail della miseria e della solitudine. Eppure dalla loro disgrazia rinasce una nuova vita, come una fenice dalle proprie ceneri, o meglio si crea una possibilità di vita. Aspettarsi che il finale di un’opera di Baricco sia concluso e definito senza essere preda delle più svariate e personali interpretazioni? Questa è un’altra chimera.

Fonte:900 letterario, il sito sul quale scrivo

 

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Ornella De Luca, Messina