Classici

Suite Francese, Irene Némirovsky

 

Primum vivere. Giorno per giorno. Resistere, aspettare, sperare.

 

Suite Francese è un’opera postuma di Irene Némirovsky, scritta fra il 1941 e il 1942, rimasta incompleta a causa della morte dell’autrice di febbre tifoide ad Auschwitz. In origine il progetto dell’opera prevedeva una divisione in cinque sezioni per formare un ‘Poema sinfonico’: Tempesta in Giugno, Dolce, Prigionia, Battaglie, La Pace. Un progetto ambizioso che doveva comporsi di più di mille pagine, duecento per ogni parte, ma di cui abbiamo soltanto le prime due sezioni complete, anche se non revisionate, più alcuni appunti della terza sezione e solo il titolo delle ultime due parti. Tempesta in Giugno comincia con l’esodo dei parigini verso Sud, il 4 Giugno 1940, dopo il primo bombardamento della città. La Némirovsky traccia un quadro della situazione di tutta la popolazione, mostrando come esempio le storie di più famiglie parigine, di varia estrazione sociale: i Péricand sono benestanti, una famiglia numerosa che è costretta a fuggire da Parigi senza il padre, il capofamiglia, che rimane in città come curatore presso il Museo Nazionale; Gabriel Corte e Florence, un noto scrittore che va a rifugiarsi a Vichy con la sua amante; Maurice e Jeanne Michaud, funzionari di banca con l’ordine di trasferirsi a Tours per riprendere l’attività bancaria in un’altra sede, lasciati al loro destino dal direttore Corbin e dalla sua amante Arlette Corail, che prima avevano offerto loro un passaggio sulla loro macchina per poi tirarsi indietro; e infine Charlie Langelet, un vecchio benestante con l’ossessione per le sue porcellane di Capodimonte. Pur essendo ricchi allo stesso modo, però, i Péricand e Langelet non hanno il medesimo atteggiamento nei confronti delle classi inferiori, infatti la signora Péricand assumeva spesso un atteggiamento di indulgenza nei loro confronti, così descritto dall’autrice: La signora Péricand apparteneva a quel tipo di borghesi che hanno fiducia nel popolo. «Non sono cattivi, basta saperli prendere» diceva con il tono indulgente e un po' sconsolato che avrebbe usato per parlare di una bestia in gabbia. Charlie Langelet invece è uno snob, che non tentenna neppure per un attimo nell’ingannare un paio di ragazzi, durante lo sfollamento della città, per rubar loro la benzina e proseguire così fino a Parigi. I quadri descritti dalla Némirovsky non rappresentano immagini separate, fra i vari racconti sono infatti continue le connessioni, come l’incontro di una notte fra Hubert Péricand, uno dei figli maggiori della famiglia, e Arlette Corail, amante di Corbin. Non mancano gli intrecci anche fra la prima e la seconda sezione del libro. Dolce infatti è ambientato a Bussy, una cittadina alla periferia est di Parigi, dove i Micaud si erano fermati durante lo sfollamento di Parigi, ed è narrato sotto forma di romanzo. Ad ospitare Jeanne e Maurice erano stati la famiglia Angellier, formata dalla nuora Lucile e dalla suocera, madre di Gaston, prigioniero di guerra in Polonia. Lucile Angellier è una giovane donna bella ma poco appariscente, con ‘l’aria sempre assente’, come la suocera spesso la redarguisce. La signora Angellier, invece, è una vecchia nevrotica, sempre pronta a giudicare la nuora per ogni minima cosa e a difendere il figlio anche per il tradimento perpetuato ai danni della moglie. La famiglia Angellier si prepara così ad accogliere i tedeschi di stanza nella loro cittadina, come molte altre famiglie della zona, nascondendo gli oggetti più preziosi e mostrando un atteggiamento di finta cordialità condito da malcelato disprezzo. Il tenente Bruno von Falk è il tedesco che viene assegnato alla casa delle Angellier, l’abitazione più bella della città. Mentre la signora Angellier non prova nemmeno a nascondere l’insofferenza nei confronti di quell’ospite sgradito, la nuora Lucile si mostra più gentile. Bruno e Lucile raccolgono insieme le fragole, bevono vino e ascoltano musica, parlando della guerra e di quello che sognano di fare dopo la pace. In città, nel frattempo, molte donne cominciano a vedere i ‘crucchi’ come uomini e non più come nemici, chi mostrando generosità e gentilezza, e chi lasciandosi sedurre. Le distanze, con la convivenza, tendono ad assottigliarsi e a mostrare la realtà delle cose:

Ciò che divide o unisce gli esseri umani non è la lingua, le leggi, i costumi, i principi, ma un modo uguale di tenere coltello e forchetta!

Lucile, pur mostrandosi disponibile, non dimentica mai che Bruno è un tedesco. Infatti il sentimento di rispetto, e più tardi di amore, che comincia a nutrire nei suoi confronti rimane sempre bloccato a uno stato embrionale. Soprattutto quando un evento tragico scuote la cittadina di Bussy. Il contadino Benoit, sorpreso con un arma in casa, uccide un tedesco e il suo cane. E sarà proprio Lucile a nasconderlo in casa, una bugia che frenerà il rapporto con Bruno. Poco dopo, anche la guerra si mette di mezzo e i tedeschi saranno costretti a partire l’1 Luglio 1941, a seguito dell’entrata in guerra contro la Russia. Ciò che sappiamo della terza parte dell’opera, mai scritta, è che Bruno sarà ucciso in battaglia e che Lucile e Benoit si uniranno alla resistenza francese. Già in Dolce si era avvertito un bisogno, da parte di Lucile, di rendersi utile alla propria patria, infatti nonostante l’apparenza docile è una donna volitiva e coraggiosa che sogna un futuro migliore, come si evince in questo passo:

Che vadano dove gli pare; io farò quello che desidero. Voglio essere libera. Più della libertà esteriore, la libertà di viaggiare, di lasciare casa ( anche se sarebbe un’inimmaginabile gioia), voglio essere libera interiormente, scegliere la mia strada, seguirla, senza accodarmi allo sciame.

 

Durante la lettura del romanzo traspare il sentimento patriottico di Irene Némirovsky, che approva il senso comunitario dei francesi, soprattutto delle classi meno abbienti, e condanna quegli accademici, quegli uomini di potere, unitisi al regime di Pétain, che hanno portato alla distruzione della Francia, personaggi come Gabriel Corte e tutta la famiglia Péricand. Della simpatia dell’autrice, invece, godono i Michaud, uniti nonostante tutto, poveri ma dignitosi, che affrontano le difficoltà puntando sull’unica arma che possiedono: il loro legame. Suite Francese nel 2014 è diventato un film, diretto da Saul Dibb, basato solo sulla seconda parte del romanzo e interpretato dagli attori Matthias Schoenaerts nel ruolo di Bruno e Michelle Williams nel ruolo di Lucile Angellier.

“Il Grande Gatsby”

Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno" mi disse "ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu". Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo. Perciò ho la tendenza a evitare ogni giudizio, una abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi scocciatori inveterati.

 

“Il Grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald vede la luce nel 1925, pubblicato dall’editore Scribner con la sovraccoperta raffigurante due occhi tristi di donna che osservano languidi la città in festa, immagine realizzata dall’artista spagnolo Francis Cugat. È considerato il romanzo della caduta del sogno americano, rappresentato dal personaggio di Jay Gatsby, il cui passato e le cui origini non vengono spiegate del tutto, se non negli ultimi capitoli, lasciando intendere che avesse avuto a che fare con la malavita e con Meyer Wolfsheim, colui che avrebbe manipolato le “World Series” nel 1919. La storia viene raccontata in un lungo flashback da un altro personaggio: Nick Carraway, un narratore indiretto di matrice conradiana, che conosce bene tutti gli altri protagonisti della narrazione; è l’unico ad essere povero e, come dice nel primo capitolo, l’unico ad avere “la tendenza ad evitare ogni tipo di giudizio”. Jay Gatsby è un ricco milionario che vive a Long Island, nel West Egg, e organizza sfarzose feste dove l’ingresso è libero e musica e alcolici scorrono a fiumi in maniera illecita, nella migliore tradizione del proibizionismo dei Roaring Twenties. Nel 1922, anno in cui è ambientata la vicenda, Gatsby spera di riconquistare una sua vecchia fiamma conosciuta nel 1917 durante la Grande Guerra, prima di far fortuna; a quel tempo viveva in povertà nel Mid West e di certo non poteva aspirare alla mano della ricca e facoltosa Daisy, abbagliata solo dal denaro e incapace di provare veri sentimenti. Daisy nel frattempo, stanca di aspettare il ritorno di Gatsby, sposa Tom Buchanon e vive una vita di vacuità, tra le ricchezze sfavillanti e i continui tradimenti del marito, assolutamente non celati, con una donna povera e volgare della “Valley of ashes”, l’odierno Queens, in cerca della scalata sociale. Gatsby diventa amico di Nick, suo vicino di casa, e gli chiede di organizzare un incontro con Daisy, cugina di Nick, per poterle parlare ancora dopo cinque anni e convincerla a lasciare il marito. Nick sarà presente a molti dei loro incontri e vedrà la “speranza”, che contraddistingue Gatsby, andare scemando dopo l’episodio della camera d’albergo al Plaza, dove tutti i personaggi sono presenti e tutte le carte vengono messe in tavola: Gatsby spinge Daisy a rivelare al marito che non l’ha mai amato ma lei, debole e incapace di rinunciare agli agi della sua vita, non riesce ad ammetterlo. Durante il tragitto verso casa Daisy, alla guida dell’auto di Gatsby, uccide accidentalmente Mirty Wilson, l’amante del marito, e lascia che la colpa ricada sul proprietario dell’auto. Il signor Wilson, una volta venuto a sapere tramite Tom Buchanon il presunto colpevole, va a West Egg e lo uccide, per poi uccidersi a sua volta. La morte di Gatsby è la morte del sogno americano, anche se in realtà era già spiritualmente morto, dopo aver scoperto che il suo desiderio di rivivere il passato e sposare Daisy non si sarebbe mai realizzato. Il sogno americano rimane incompiuto anche per Mirty Wilson, che spera nella scalata sociale ma prima viene trattata come una ruota di scorta dall’amante e poi paga i suoi desideri anch’ella con la morte. Fitzgerald rappresenta con lungimiranza l’inconsistenza dei ruggenti anni ’20, periodo di un’incredibile crescita economica in America, tra soldi, feste private, maschiette (come il personaggio di Jordan),alcool acquistato illegalmente e musica jazz, uno spaccato della povertà spirituale e della perdita dei veri valori; scenario che viene osservato dagli “occhi di Dio” tramite il cartellone del dottor T. J. Eckleeulg, un oculista dimenticato, di fronte al drugstore dei Wilson.

“La Valle delle Ceneri era un paesaggio grottesco. La discarica di New York, a metà strada tra West Egg e la città, dove le scorie del carbone bruciato per fornire energia all'impetuosa crescita della città, venivano scaricate da uomini che nel pulviscolo apparivano offuscati e precocemente sfibrati. Su quell'irreale agglomerato vigilava perennemente il dottor T. J. Eckleeulg, un oculista dimenticato, i cui occhi si ergevano meditabondi su tutto, come gli occhi di Dio.”                                               La stessa fine di Gatsby è un emblema della povertà sentimentale di un’intera generazione, amato e osannato in vita, per le grandi feste che organizzava, viene totalmente dimenticato il giorno del suo funerale, al quale partecipano solo Nick Carraway e il vecchio padre di Jay di ritorno dal Mid West. Il vero sogno di Gatsby, raffigurato dalla luce verde che vede oltre la baia, la luce del molo di Daisy, è irrealizzabile, poiché il passato non si può riscrivere. Sperare nella rinascita dell’amore, nella società della disuguaglianza, del consumismo estremo e del razzismo, è un’utopia, concetto espresso con chiarezza alla fine del romanzo: “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi. Ci elude poi, ma non importa- domani correremo più veloci, stenderemo le braccia ancora di più…E un bel mattino… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, costantemente risospinti nel passato.”

“Il Conte di Montecristo”

 

“Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente, nel fondo del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme”

Alexandre Dumas ha dato vita a uno dei personaggi più determinati e passionali della storia della letteratura mondiale. Nel 1844 terminò la stesura del Conte di Montecristo che, insieme alla trilogia de I tre moschettieri, è considerato il suo maggior successo.  La storia è stata rappresentata, stropicciata e rivisitata in tutti i modi possibili e su tutti i supporti, dal cinema, con ad esempio la versione di Emmett J. Flynn (1922), alla televisione,  celeberrima l’interpretazione di Gérard Depardieu del 1998, dal fumetto, Classic Comics n.3 1942, all’animazione, come la serie anime diretta da Mahiro Maeda (2004). La motivazione è da rintracciare probabilmente nell’attualità dei contenuti, causa che condivide con tutti i classici senza tempo della letteratura, ma soprattutto nell’attualità del suo protagonista, nel suo desiderio di rivalsa e vendetta contro le ingiustizie subite dai più potenti (come disse Gramsci: “Il Conte di Montecristo” è forse il più «oppiaceo» dei romanzi popolari: quale uomo del popolo non crede di aver subito un'ingiustizia dai potenti e non fantastica sulla «punizione» da infliggere loro? Edmondo Dantès gli offre il modello, lo «ubbriaca» di esaltazione, sostituisce il credo di una giustizia trascendente in cui non crede più «sistematicamente») e nell’uso che fa di sostanze illecite (« Allora, per Franz che subiva per la prima volta l'effetto dell'hashish, fu una voluttà, un amore come quello che prometteva il Vecchio della Montagna ai suoi seguaci »). La trama ha inizio nel 1815 a Marsiglia, il giorno del ritorno in porto del Pharaon, la nave migliore dell’armatore Morrel. Il comandante dell’imbarcazione morì durante il tragitto e il suo ruolo fu ricoperto temporaneamente da Edmond Dantes, ma prima di spirare il vecchio comandante consegnò al suo secondo una lettera di contenuto bonapartista da consegnare a Parigi. Al suo arrivo a Marsiglia, il compito che Dantes aveva tempestivamente svolto divenne permanente, suscitando l’irritazione del contabile Danglars. A casa, ad aspettare il neo comandante del Pharaon c’era la bella Mercedes, sua promessa sposa, insidiata dalle ripetute attenzioni di Fernand, un corteggiatore non corrisposto. Dantes si ritrovò, così, ad essere oggetto di invidie su ogni fronte, quello professionale, da parte di Danglars, e sentimentale, da parte del giovane Fernand. I due, aiutati dall’oste Calderousse, ordirono un piano per compromettere Dantes e farlo imprigionare con accusa di bonapartismo. Il fato volle che proprio il Procuratore Villefort si occupasse della segnalazione e, una volta venuto a sapere che il destinatario della lettera custodita da Dantes era proprio suo padre, temendo in periodo di restaurazione che potesse essere coinvolto in un grosso scandalo e destituito dalla sua carica, fece rinchiudere l’accusato allo Chateau d’If, la prigione dei detenuti più temuti, pericolosi più per ciò di cui erano a conoscenza piuttosto che per le loro azioni. Lì Dantes trascorse quattordici anni, fino alla propria evasione, sostituendosi al cadavere del suo amico, mentore e vicino di cella, l’abate Faria. Dopo essere fuggito a nuoto dallo Chateau d’If, Dantes si costruì una nuova identità, sotto il nome del Conte di Montecristo, grazie all’istruzione impartitagli dal vecchio e saggio abate, ma soprattutto grazie alle coordinate del tesoro della famiglia Spada, custodito in una grotta nella piccola isola di Montecristo. Indossando la maschera del gentiluomo ritornò in Francia per compiere la sua vendetta contro il Procuratore Villefort, causando il suicidio della moglie e del figlio, contro Danglars, riducendolo alla miseria, contro Fernand e Mercedes, sposatisi e diventati il conte e la contessa di Moncerf, svelando le vere origini della carriera di Fernand (ottenne la carica tradendo il sultano Alì-Tebelen). Dantes si sostituisce a un Dio nelle cui capacità di giustizia non crede più, punendo i colpevoli e ricompensando i buoni, lascia infatti la sua intera fortuna al figlio dell’armatore Morrel. Eppure, se il personaggio di Edmond appare come un uomo intrappolato nel passato per quasi tutte le 1200 pagine del romanzo, sul finale del libro appare in lui un barlume di speranza nel futuro, come si evince dalle righe finali, poco prima della partenza di Montecristo con la bella Haydee, figlia del sultano Alì-Tebelen:

''Caro - rispose Valentine a Morrel - il conte non ci ha forse appena detto che tutta l'umana saggezza era contenuta in queste due parole: Attendere e Sperare!''

“Il Maestro e Margherita” di Bulgakov

 

“Il Maestro e Margherita” è un’opera di Michail Bulgakov pubblicata postuma tra il 1966 e il 1967, considerata uno dei capolavori della letteratura contemporanea e definita da Montale «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione». La trama ha più livelli di lettura e più archi temporali, la narrazione si divide infatti fra la Mosca degli anni Trenta, sotto il regime di Stalin, e la Gerusalemme del tempo di Gesù, chiamato nel libro Yeshua Hanozri. Il secondo filone temporale ricalca la storia di un romanzo scritto dal Maestro, il vero protagonista della storia. Si tratta dunque di un libro nel libro, una metanarrazione che ha come filo conduttore la figura di Satana. Il diavolo, sotto le vesti di Woland, un esperto di magia nera, fa visita alla Mosca comunista per smascherare e prendersi gioco dei corrotti e degli inetti, è il personaggio attraverso il quale si opera un’aspra satira del regime stalinista e della Mosca di quegli anni; una satira politica, quindi, ma anche e soprattutto sociale, nei confronti di quella società d’élite di letterati e uomini di potere, come i membri della Massolit, che finiranno, grazie al gioco operato da Woland e dai suoi scagnozzi, preda della follia all’interno di un manicomio, episodi fortemente tragicomici. Il Maestro è uno scrittore censurato, elemento autobiografico dato che anche Bulgakov diede alle fiamme la prima copia de “Il Maestro e Margherita” a causa delle forti opposizioni di quegli anni, innamorato di una donna sposata, Margherita, della quale diventa l’amante. Il Maestro non uscirà indenne dalla delusione per la sua carriera distrutta e finirà in manicomio, Margherita lo crederà morto e farà un patto col Diavolo per riaverlo. È curiosa la figura di Satana all’interno della storia, non si tratta del Male assoluto, come noi lo vediamo raffigurato spesso, la sua presenza potrebbe essere riassunta da una frase di Goethe: Io sono una parte di quella forza che vuole costantemente il male e opera costantemente il bene.” È un giudice imparziale che da pene e ricompense in base al merito, creando scompiglio in un mondo in cui vige solo il valore dell’apparenza. “Il Maestro e Margherita” è un vero classico, un romanzo sempre attuale che suscita il desiderio di vedere all’opera Woland anche nel mondo di oggi.

Nascita di una rivoluzione, di Irène Némirovsky

 

“Qual è l’ istante esatto in cui nasce una rivo­lu­zione? Vor­rei ritro­vare nella mia memo­ria quel giorno dell’ inverno 1917, quando a un tratto diventò visi­bile, non solo per gli ini­ziati, per gli uomini al potere, ma per la folla, per un bam­bino, per me. Il giorno prima, la rivo­lu­zione era una parola uscita dalle pagine della Sto­ria di Fran­cia o dai romanzi di Dumas padre. Ed ecco che le persone grandi dice­vano (senza ancora crederci):«Stiamo andando verso una rivo­lu­zione… Vedrete, tutto que­sto finirà con una rivoluzione!».”

Negli ultimi anni è cominciata una riscoperta delle opere di Irène Némirovsky da parte delle case editrici italiane, come l’Adelphi con la pubblicazione di Suite Francese nel 2005, in seguito al settantesimo anniversario della morte della scrittrice ucraina deportata nel 1942 ad Auschwitz. L’opera di diffusione dei suoi scritti comprende anche opere inedite come la raccolta di racconti Nascita di una rivoluzione, edita da Castelvecchi editore nel 2012, comprendente due scritti pubblicati per la prima volta nel 1938 e l’ultimo solo postumo nel 2011. Illuminante la prefazione di Susanne Scholl a quest’edizione, dal titolo Cosa fa la rivoluzione con gli uomini e cosa fanno gli uomini con la rivoluzione, nella quale pone gli interrogativi fondamentali su cui si basa la raccolta della Némirovsky, soprattutto se sia giusto o meno anteporre un ideale alla vita e ai diritti del singolo. Le sommosse cominciano sempre con i migliori propositi, ovvero l’euforia per il futuro, una “gioiosa sensazione d’attesa”, come afferma la Scholl, dettata dal rifiuto e dal disprezzo del passato. Ma nel loro svolgersi le rivoluzioni attraversano sempre un punto di non ritorno, dopo il quale non si può che fallire, ovvero la perdita dell’umanità. Ecco le parole di Susanne Scholl in proposito:

“E ancor prima di formulare i loro obiettivi, i rivoluzionari iniziano a uccidere. (…) La lezione di tutte quelle rivoluzioni del passato che si sono concluse con la perdita di ogni valore umanitario sembra ormai essersi dissolta nella miseria morale dei sopravvissuti.”

E ciò che resta non è altro che vuoto. Il vuoto riempie la falla creatasi in seguito alla morte di ogni ideologia. È proprio questo di cui parla il racconto che da il nome alla raccolta, Nascita di una rivoluzione, ovvero un ricordo di infanzia della stessa Irène, quando era ancora una bambina appartenente a una famiglia benestante con una tata francese. Ricorda il Febbraio del 1917, lo scoppio della rivoluzione russa. Ricorda la folla in marcia, il popolo pieno di speranza, il volto di una rivoluzione che non aveva ancora versato sangue. Eppure il momento di cui parla la Némirovsky si colloca poco dopo. Ricorda di aver assistito, affacciata alla finestra della propria casa, a una finta esecuzione ai danni del portiere del suo palazzo, un tale Ivan, davanti a tutta la sua famiglia. Un gesto insensato solo per fargli paura. La scrittrice attribuisce a questo ricordo il vero scoppio della rivoluzione: “Solo più avanti, compresi. Fu quel giorno, fu in quell’istante che vidi nascere la rivoluzione. Avevo visto il momento in cui l’uomo non si è ancora spogliato delle abitudini e della pietà umana, il momento in cui non è ancora abitato dal demonio, che già però gli si avvicina e turba la sua anima”. Il secondo racconto, Magia, parla di un gruppo di esuli, fuggiaschi russi, in Finlandia nel 1918, ragazzi e ragazze che esorcizzano la paura, nel mezzo di una foresta, organizzando una seduta spiritica, durante la quale viene scherzosamente profetizzato a uno dei giovani il nome della donna del suo destino, Doris Williams. Anni dopo il ragazzo incontrerà per un istante una donna con lo stesso nome, chiedendosi scioccamente se fosse davvero la donna della sua vita. Il destino risponderà al suo posto, dato che Doris Williams, giornalista inglese, venne trovata morta poco tempo dopo nel suo appartamento. La Némirovsky commenta: “Ci deve essere stato a un certo punto, nel filo che il destino tesse per noi, una maglia mancata”. In questo secondo racconto si evince il senso di straniamento della scrittrice nella Francia della sua fuga, quando la sua colpa era solo di non essere una vera francese. L’ultimo racconto, dal nome Émilie Plater, parla della giovane polacca che combatté nel 1831 durante la rivoluzione per liberare il suo Paese dal giogo russo e che morì per il suo ideale. Susanne Scholl riassume il racconto dicendo: “Ma non è proprio questo ciò che le rivoluzioni fanno agli uomini? La rivoluzione scatena in loro la speranza, la gioia, ma abbatte anche tutti quei confini di cui l’uomo ha bisogno per non abbrutirsi. E l’uomo, a sua volta, utilizza la rivoluzione per impadronirsi di ciò che altrimenti gli sarebbe sempre negato. Non per stimolare un cambiamento positivo in sé per sé. Ragion per cui, alla fine, si può solo fallire.”

Mi chiamo Ornella, ho 26 anni, sogno di fare la scrittrice e di lavorare come copywriter per una casa editrice e... questo è il mio blog! Scriverò di libri e di tutto quello che mi passa per la testa, per contattarmi usate l'indirizzo qui sotto e se volete sapere qualcosa in più su di me cliccate sul pulsante ^.^

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Ornella De Luca, Messina