Recensioni cinematografiche

Io prima di te, il film: recensione in anteprima

Io prima di te (Warner Bros, 2016) è un film di Thea Sharrock basato sull’omonimo best seller della scrittrice inglese Jojo Moyes, autrice diInnamorarsi in un giorno di pioggia (2002), Luna di miele a Parigi(2012) e La ragazza che hai lasciato (2012). Il film verrà distribuito nelle sale italiane a partire dal 1° Settembre, ma in alcuni cinema italiani la pellicola è stato presentata in anteprima il 17 Agosto.

La trama racconta di un giovane e talentuoso uomo d’affari londinese, Will Traynor (interpretato da Sam Clafin, famoso per la saga di Hunger Games), che rimane paralizzato dal collo in giù in seguito a un incidente stradale e che è costretto dalla sua disabilità a tornare a vivere nella tenuta dei genitori, in una piccola cittadina della campagna inglese. Louisa Clark (interpretata da Emilia Clarke, la Daenerys Targaryen del Trono di Spade) è una ragazza solare e allegra, appena rimasta disoccupata e alla disperata ricerca di un impiego per aiutare la sua famiglia, che si trova in una brutta situazione economica. Louisa Clark entra così nella vita del presuntuoso ed egocentrico Will Traynor, assunta dalla madre per tenere compagnia al figlio tetraplegico e per risollevargli il morale, compromesso in seguito al terribile incidente. Tra Will e Louisa si instaura dapprincipio un rapporto traballante fatto di lunghi silenzi alternati a frasi pungenti da parte di Will, innervosito dalla presenza di una ‘baby sitter’ per tutto il giorno, e solo grande imbarazzo da parte di Louisa per non sapersi rapportare con disinvoltura con una grave disabilità come la tetraplegia. Ma col tempo i due scopriranno un modo per diventare amici, e Will metterà da parte il suo modo di fare scontroso davanti all’unica persona che non lo tratta con la condiscendenza solitamente riservata ai malati. Eppure il contratto di lavoro di Louisa sta per scadere e i sei mesi per i quali ha firmato hanno un significato più profondo e drammatico di quanto lei avrebbe mai immaginato. Io prima di te rientra appieno nel filone di film riguardanti i temi della malattia e della lotta fra la vita e la morte, già tracciato da Colpa delle stelle (2014) e Quasi amici (2011).

Io prima di te: struttura e tematiche

Io prima di te è un film dalla struttura eterogenea e in parte discontinua, così come il romanzo sul quale è basato. Si tratta di un dramma, ma per due terzi della trama anche l’elemento più tragico della storia, ovvero la tetraplegia di Will, viene presentato spesso con siparietti quasi comici insieme alla coprotagonista Louisa, che alleggeriscono l’atmosfera di un tema così profondo. E forse proprio questa illusione di leggerezza iniziale crea quel senso di straniamento e angoscia quando, a circa quindici minuti dalla fine del film, la storia cambia prendendo un altro corso. L’andamento del film è discontinuo anche perché, pur essendo un film drammatico, le scene del vero dramma si consumano molto velocemente, mentre viene lasciato ampio spazio alla parte della trama riservata alla ‘commedia romantica’, quindi tempo della storia e tempo del racconto in Io prima di te spesso non coincidono. Le tematiche del film sono: la disabilità, il valore della vita, la libertà di scelta dell’individuo, l’eutanasia, tutti argomenti complessi che lascerebbero intuire un senso di pesantezza del film, ma che in realtà vengono trattati sia nel libro che nella pellicola cinematografica con grande sensibilità e leggerezza. Io prima di te è stato criticato, durante la sua uscita nelle sale internazionali a Giugno, proprio per il messaggio che sembra suggerire la trama: ovvero il sentimento di depressione e abbattimento davanti alla prospettiva di una vita immobilizzata a letto o sulla sedia a rotelle. In realtà il senso del film è tutt’altro, si parla di libertà di scelta dell’individuo fino ai massimi livelli, cioè la scelta fra la vita e la morte, un interrogativo al quale il film non può e non deve dare una risposta in quanto decisione strettamente personale. Di certo non si tratta di un incitamento all’eutanasia, anzi tutt’altro. Infatti Will incita Louisa a vivere appieno la sua vita sfruttandola al massimo, mettendosi sempre in discussione, affrontando tutte le sue paure e prendendo in mano il pieno controllo del proprio futuro. E la scelta finale di Will Traynor, nonostante le critiche, rientra completamente in questa chiave di lettura.

Link diretto:http://www.900letterario.it/cinema/io-prima-di-te-film-anteprima/

Il discorso del re, di Tom Hooper

 

- Bertie: Ascoltatemi! Ascoltatemi!
- Lionel: Ascoltarvi? Per quale diritto?
- Bertie: Per diritto divino! Sono il vostro re.
- Lionel: No non è vero, lo avete detto voi stesso, avevate detto che non volevate, perché dovrei sprecare il mio tempo ad ascoltarvi?
- Bertie: Perché ho diritto ad essere sentito! Io ho una voce!
- Lionel: Si, è così.

 

Il discorso del re (See-Saw Films, 2010) è un docu-drama diretto da Tom Hooper incentrato sui problemi di balbuzie di re Giorgio VI e sul suo rapporto col logopedista, e in seguito amico, Lionel Logue. Il film ha vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival, 5 British Independent Film Awards 2010, ha ottenuto 7 candidature ai Golden Globe 2011 (una ha fruttato il Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico al protagonista Colin Firth), 7 BAFTA incluso miglior film dell'anno e miglior film britannico, nonché 4 premi Oscar su 12 candidature: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale. Il cast è d’eccezione: Colin Firth interpreta il principe Albert, futuro re Giorgio VI, Geoffrey Rush veste i panni del logopedista Lionel Logue, Helena Bonham Carter la moglie del principe Albert, Elizabeth Bowes-Lyon, Guy Pearce interpreta Edoardo VIII e Michael Gambon re Giorgo V. La storia, su modello della tradizione teatrale, comincia con un’ouverture che introduce lo spettatore alla prima scena: siamo nel 1925 e il duca di York, futuro re Giorgio VI, deve tenere il discorso di chiusura dell'Empire Exhibition di Wembley. Ma il principe non riesce a parlare fluentemente, a causa di un problema di balbuzie che ha sin da bambino, e purtroppo rende pubblico il suo disturbo a tutta la Nazione grazie a una nuova invenzione: la radio. La trama de Il discorso del re si sviluppa dagli anni ’20 allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dalla morte di re Giorgio V all’abdicazione del figlio maggiore re Edoardo VIII in favore del fratello, il principe Albert, in seguito alle polemiche causate dal suo matrimonio con una donna divorziata. Albert vive un profondo disagio circa il suo problema di balbuzie e in un clima di demotivazione decide di non tenere più discorsi pubblici, fino a quando la moglie contatta un logopedista di origine australiana, Lionel Logue, famoso per le sue tecniche di cura ‘particolari’. Il professionista, infatti, invita il duca a mettersi in bocca sette biglie, affermando che si tratti di un approccio classico che aveva curato anche Demostene. Elizabeth, la moglie del principe, rimane interdetta davanti ai metodi di Lionel, anche se ripone fiducia in lui:

"È stato nell'antica Grecia!", commenta la donna, aggiungendo "Ha più funzionato?!"

Il percorso di cura, fra alti e bassi, e frequenti scontri fra Albert e Lionel, continua anche quando il duca di York sale al trono col nome di re Giorgio VI. Lionel curerà ogni discorso pubblico del nuovo sovrano, dall’incoronazione allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Il discorso del re analizza accuratamente il disagio psicologico e l’ansia da prestazione che impedivano a re Giorgio VI di parlare fluentemente, frenato anche dalla derisione suscitata da sempre nel padre e nel fratello maggiore. Grazie a un accurato sostegno psicologico, operato dalla moglie Elizabeth, e da un incentivo professionale, messo in atto da Lionel Logue, re Giorgio VI riuscirà a superare il suo problema, trovando in Lionel anche un amico fidato che gli resterà accanto per tutta la vita. Il discorso del re è stato anche approvato da Elisabetta II, figlia di re Giorgio VI, che ne ha lodato la precisione storica, pur essendo un film basato su un rapporto di amicizia e fiducia, e non un documentario di approfondimento storico.

Recensione 'Disturbia', di Caruso

"Fai quella cosa che è una specie di rituale, ma non lo è. È che ogni volta che esci dalla tua stanza prendi il pomello della porta, ti prepari per uscire ma non lo fai, ti fermi, torni indietro, ti volti verso lo specchio e ti guardi. Tu guardi fuori dalla finestra e guardi il mondo, cerchi di capire il mondo, cerchi di capire perché non hai un ordine, come i tuoi libri. Io guardo solo te". (Dal film "Disturbia") 

Disturbia (Universal Pictures, 2007) è una rivisitazione in chiave moderna della nota pellicola di Alfred Hitchcock La finestra sul cortile (Paramount Pictures, 1954), un remake realizzato dal regista Daniel John Caruso, che ha diretto lungometraggi come Identità violate (2004) e Minuti contati(1995).

Disturbia: trama e stile del film

Disturbia è un thriller che unisce alla componente di azione e mistero l’elemento giovanile, introducendo nella trama argomenti tipici dei film per ragazzi, quali i problemi scolastici, il rapporto genitori- figli, l’amicizia e l’amore adolescenziale. Il film racconta la storia di Kale (interpretato da ShiaLaBeouf), un ragazzo problematico che, dopo la morte del padre, ha perso interesse nei confronti dello studio e si è chiuso in se stesso. Viene confinato agli arresti domiciliari dopo aver picchiato un insegnante, e si troverà costretto a trascorrere il tempo spiando dalla propria finestra la vita dei vicini. Durante uno dei suoi consueti appostamenti nota dei comportamenti equivoci da parte del Signor Turner, e insieme all’amico Ronnie e alla ragazza di cui è innamorato, Ashley, scaverà nella vita dell’uomo, scoprendo inquietanti retroscena. Disturbia comincia con delle sequenze girate di giorno e all’aperto, quando il protagonista Kale va al lago con il padre, ma dalla terza sequenza in poi notiamo una forza centripeta che convoglia l’azione verso gli spazi chiusi: prima a scuola, poi a casa di Kale, per poi concludersi a casa di Turner, o meglio nel claustrofobico scantinato, dando l’idea del passaggio della storia dalla luce all’oscurità, ovvero dalla vita normale alla scoperta di un omicidio. Lo spazio inquadrato è perlopiù rappresentato dalla visuale della finestra del protagonista verso il cortile e tutto il vicinato, nella migliore tradizione hitchcockiana.

L’intera pellicola gioca sulle antitesi “casa- cortile”e “giorno-notte”, di notte avvengono le scene di maggiore tensione come quella in cui Kale, Ronnie e Ashley fanno le prime ipotesi su Turner, quella in cui avviene l’omicidio e la scena finale, quandoKale entra in casa di Turner. Kale e Ashley sono i personaggi principali della storia, un po’ come Jeff e Lisa lo erano ne La finestra sul cortile, Ronnie è una sorta di ‘aiutante’(un po’ come il detective Doyle e l’infermiera Stella nell’equivalente hitchcockiano) e Turner è l’antagonista, il nuovo Thorwald. Ma la vera protagonista di Disturbia è la musica che funge da caratterizzante per i personaggi principali. Quando compare sulla scena Kale si sente quasi sempre musica Rock, Ronnie è accompagnato da musica Reggae, mentre le sequenze di Kale e Ashley assieme hanno una propria colonna sonora, più soft e romantica. Turner, invece, è spesso introdotto in scena da un breve Synth, ben più incisivo di una vera melodia, adatto ad ogni momento di tensione. Nel complesso Disturbia rappresenta un remakepoco riuscito in termini di successo, ma che ha avuto almeno il merito di creare un ponte tra le nuove generazioni, attratte dal teen-thriller, e il vero autore della storia, Alfred Hitchcock, con la speranza che nasca in loro la curiosità di vedere anche la pellicola originale.

Angel, la vita, il romanzo.

 

Quand’ero piccola fantasticavo che avrei abitato a Paradise House, era quello che sognavo sempre. E tutti mi dicevano che i miei sogni erano bugie, perché esprimevo ad alta voce cose che avrei dovuto tenere segrete. Ma io volevo soltanto che si avverassero. Desiderare, desiderare e desiderare fino a farle avverare.

 

Eros, dramma e ironia: le parole chiave del cinema di François Ozon, giovane cineasta di talento a livello mondiale, regista di film come Otto donne e un mistero, Gocce d’acqua su pietre roventi e Giovane e Bella. In Angel-La vita, il romanzo (2007), Ozon crea una pellicola immaginifica che non racconta una storia oggettiva, ma tratta i diversi punti di vista, che possono mutare gli eventi mostrando a noi stessi e agli altri cose che in realtà non sono mai accadute, una storia che abbiamo vissuto solo nella nostra mente. Angel si basa sulla vita di Marie Corelli, autrice inglese di fine Ottocento, e la rielabora creando il personaggio di Angel Deverell, una ragazza sognatrice e determinata, fino all’ossessione, a diventare non solo una scrittrice, ma una scrittrice famosa e lodata da tutti. Sin da ragazza Angel vive delle immagini partorite dalla sua mente, disprezzando con altezzosità e arroganza gli scarsi mezzi che la vita le ha offerto dapprincipio. Volgare e ignorante, riesce a concentrare le sue forze e le sue doti intellettive nell’unica cosa che sa di saper fare bene: scrivere. Con tenacia e caparbietà riuscirà a farsi notare da un editore lungimirante, Thèo Gilbright, che punterà su di lei e le darà lo slancio iniziale per spiccare il volo nel mondo della letteratura. I suoi romanzi rosa ben presto diventano virali tra le donne di ogni ceto sociale e il suo successo porterà chi dapprincipio non avrebbe puntato un penny su di lei, prima fra tutti la madre, a ricredersi delle proprie opinioni iniziali. In pochi anni Angel riesce a ottenere esattamente tutto ciò che vuole, anche la casa dei suoi sogni: Paradise House, una villa davanti alla quale passava spesso da bambina. Persino l’amore, idealizzato e non reale, viene visto dai suoi occhi solo come un obiettivo da perseguire per completare il quadretto della sua vita, e conquista così, con i suoi modi schietti e il suo fascino arrogante, un pittore squattrinato, Esmè, attirato più dai suoi soldi che da lei stessa. Ma la gabbia dorata che si è costruita con tanta tenacia comincia a sgretolarsi con lo scoppio della prima guerra mondiale, che rivela le cose per ciò che sono in realtà. Esmé non è l’uomo della sua vita, è un libertino che la tradisce alla prima occasione, e anche il suo successo è fasullo e passeggero, e viene rapidamente dimenticato alla nascita di una nuova moda. Ma Angel è l’unica a non rendersi mai davvero conto di vivere una menzogna, è attrice fino alla fine del suo melodramma personale. Persino Esmè, stufo della recita e provato dagli orrori della guerra, si toglierà la vita per sfuggire al mondo di vacuità creato dalla moglie, prendendosi beffa di lei un’ultima volta prima di morire: dipingendo per lei il quadro di uno dei pavoni di Paradise House, simbolo dell’estrema vanità e leggerezza della loro esistenza. Persino dopo la morte del marito, Angel si concentrerà più sul fargli ottenere un riconoscimento postumo per le sue opere mediocri che sul vivere il proprio dolore, interiorizzarlo e capire le dinamiche che hanno indotto Esmè al suicidio. Angel rimane, alla fine, unica attrice sulla scena davanti a due soli eterni spettatori, le uniche due persone che l’hanno davvero amata per ciò che era, e non per ciò che si affannava ad apparire: il suo editore, innamorato segretamente di lei sin dal principio, e Nora, la sua segretaria personale, nonché sorella di Esmè, sua prima e più grande fan. François Ozon presenta la vita di Angel a tinte molto forti, i suoi abiti e gli scenari che vive sono colorati e pieni di brio, come la sua personalità, ma risentono anche molto delle circostanze. All’inizio del film, durante l’adolescenza di Angel, periodo di ristrettezze economiche e di derisione da parte di tutti per il suo sogno letterario, i paesaggi sono grigi e così anche le tonalità dei suoi vestiti. Il momento di maggiore varietà e luminosità cromatica si registra all’acmè del suo successo, per poi tornare a tinte scure dopo il periodo della guerra e della sua irrefrenabile discesa nell’oblio letterario. Per evidenziare la differenza fra realtà e finzione, partorita dalla mente sconnessa di Angel, il regista utilizza scenografie sovrapposte in un gioco di profondità palesemente finto all’occhio umano abituato all’iperrealtà cinematografica, tecnica mutuata dal genere del melodramma di stampo teatrale.  Il film è stato presentato in concorso al Festival di Berlino ed è uscito nelle sale italiane il 5 ottobre 2007.

“The Prestige”

 

Ogni numero di magia è composto da 3 parti o atti. La prima parte è chiamata "La Promessa". L'illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino, o un uomo. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare se sia davvero reale, sia inalterato, normale. Ma ovviamente... è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato "La Svolta". L'illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ora voi state cercando il segreto... ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Per questo ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo "Il Prestigio".

 

“The Prestige” è un film diretto da Christopher Nolan, presentato al Festival internazionale del Cinema di Roma nell’Ottobre del 2006. La trama è ambientata a fine ‘800, in un clima in cui gli spettacoli di magia, i circhi itineranti e i freakshow rappresentavano la maggiore attrattiva per la popolazione, sedotta da tutto ciò che va oltre la normalità e le spiegazioni razionali. Si racconta la storia di due illusionisti, amici fin dall’adolescenza e compagni nello studio della magia, legati da un rapporto che si trasformerà col tempo in rivalità, per poi terminare in un’ossessione distruttiva. Il film comincia dalle battute finali: Alfred Border è rinchiuso in prigione accusato dell’omicidio dell’illusionista Robert Angier, meglio conosciuto con il nome de “Il grande Dantòn”, un tempo suo migliore amico. Con una tecnica narrativa che alterna flashback a flashforward viene raccontata l’origine del loro scontro: la morte accidentale di Julia, moglie di Angier, durante un numero di magia, incidente per il quale il marito ha sempre ritenuto responsabile Alfred Border, a quel tempo aiutante di scena. Da quel momento le strade dei due amici si dividono, intersecandosi occasionalmente solo a colpi di illusioni sul palcoscenico. Il numero di magia più famoso di Border, conosciuto con lo pseudonimo de “Il Professore” , è Il trasporto umano, che consiste nello scomparire dietro una porta a lato del palco per ricomparire in meno di un secondo dall’altra parte del teatro. Angier tenterà di scoprire il segreto del trucco del suo acerrimo nemico rubandogli il diario e falsamente crederà di  aver trovato la soluzione in Nikola Tesla, ingegnere elettrico rivale di Thomas Edison, che costruisce per lui una macchina per lo sdoppiamento della materia, capace di creare dei cloni di ogni cosa. Ma l’invenzione gli procurerà più oscurità che altro, portandolo a compiere la sua vendetta ai danni di Border e a scoprire il segreto del suo rivale, ma condannandolo anche a una tragica fine. “The Prestige” prende il nome dalla terza ed ultima parte di uno spettacolo di magia: la prima è La promessa, la presentazione di qualcosa di ordinario come una colomba, ad esempio; la seconda è La svolta, il colpo di scena, la scomparsa della colomba sotto un telo; la terza è Il prestigio, l’inaspettato, la ricomparsa della colomba tra le mani dell’illusionista. Christopher Nolan crea un film costruito su questa struttura, quella di uno spettacolo di illusionismo. Lo spettatore sa di per sé che non si tratta di magia e che è presente un trucco, ma raramente se ne accorge perché è consapevole dell’inganno, non sta realmente osservando perché vuole essere raggirato. È questo lo scopo di uno spettacolo di illusionismo, ed è questa la struttura di “The Prestige”. Lo stile diaristico del libro da cui il film è tratto( l’omonimo romanzo di Christopher Priest) viene adattato creando una narrazione spezzata, con diversi archi temporali; ma anche lo stile del regista, che ha diretto “Memento”, “Inception”, “Il cavaliere oscuro”, viene rispettato sia nelle tematiche che nella fotografia e nei costumi prettamente dark. Il tema dell’ossessione è centrale, sia quella di Angier nei confronti dell’amico, il suo desiderio di carpirne i segreti professionali, sia quella di Border nei confronti del suo spettacolo principale, “Il trasporto umano”, che gli costerà anche la riuscita del suo matrimonio; i temi dell’ inganno e del tormento interiore sono presenti dall’inizio alla fine della storia e sono connessi fra loro, prima con l’illusione di Border che nasconde a tutti di avere un fratello gemello, poi con Angier che inganna il pubblico creando dei cloni di se stesso, e in ogni momento la nascita dell’illusione porta i due maghi a vivere con il tormento di dover accettare le conseguenze delle proprie scelte. Sono presenti anche dei chiari dualismi, come quello realtà e illusione, che tiene con il fiato sospeso fino alla fine, scienza e magia, caratteristico di quel tempo, vita familiare e ossessione per le proprie ambizioni, che porta a un tragico epilogo in cui i due illusionisti perdono ogni legame affettivo col mondo e periscono a causa delle proprie ossessioni. Nel 2007 “The Prestige” ottiene due nomination agli Oscar: per la Miglior fotografia a Wally Pfister e per la Miglior scenografia a Nathan Crowley e Julie Ochipinti.

 

Emma, di Douglas McGrath

 

"Forse sono le nostre imperfezioni a renderci così perfetti l'una per l'altro."

 

Ogni stagione cinematografica è attraversata irrimediabilmente da un momento in cui si avverte la necessità di riportare sullo schermo i grandi classici della letteratura, questo impulso viene avvertito dai registi di tutto il mondo all’incirca ogni decennio. Jane Austen è senza dubbio una delle autrici più titolate nelle locandine hollywoodiane e tra le sceneggiature televisive del vecchio e del nuovo continente. Il 1996 ha visto nascere una delle versioni più famose di sempre di Emma, con Douglas McGrath alla regia che ha ambientato la storia nella tradizionale epoca regency, dopo aver scartato l’idea iniziale di rivisitare la storia ai giorni nostri. Emma Woodhouse, interpretata da Gwyneth Paltrow, è una giovane donna nubile e ricca, frivola e ben integrata nella comunità di Highbury, la cui unica occupazione, oltre il prendersi cura dell’anziano padre, è combinare matrimoni fra i conoscenti del piccolo microcosmo di quell’angolo di Surrey. Dopo aver organizzato le nozze della sua governante con un gentiluomo della zona, Mr Weston, decide di prendere sotto la propria ala la giovane Harriet Smith, interpretata da Toni Collette, e innalzarla dalla sua posizione sociale incerta, essendo illegittima, facendola sposare con il reverendo, Mr Elton. Emma è l’unica delle eroine della Austen a non destare immediata simpatia, appare snob e viziata, profondamente disinteressata al matrimonio, essendo ricca a differenza di Elizabeth Bennet e delle altre figure femminili nate dalla penna della Austen. L’allegria e la frivolezza sono le caratteristiche che la contraddistinguono e Gwineth Paltrow sembra incarnare alla perfezione quella strana combinazione di ingenuità e calcolo che portano lo spettatore a non riuscire a biasimare le sue azioni per più di un paio di sequenze, fino al cambiamento finale in cui si avverte una maturazione nel personaggio, che impara a mettersi in discussione e a cambiare il proprio punto di vista. Emma non è certamente il film che l’ha resa nota come attrice, ma di certo ha rappresentato un buon trampolino di lancio per le sue successive interpretazioni più conosciute, come in Sliding Doors e Shakespeare in love. Al suo fianco in Emma anche Jeremy Northam nel ruolo di Mr Knightley, un gentiluomo amico di famiglia nonché suo cognato, di sedici anni più vecchio di lei e molto più saggio, il suo migliore amico e confidente nonché suo più aspro critico. Ben preso però il suo rapporto con Emma cambierà trasformandosi in un legame più profondo. Jeremy Northan mostra tutto il fascino pacato che MrKnightley deve avere, il gentiluomo d’altri tempi che rimane spesso sullo sfondo, non abituato a troneggiare sulla scena, ma che è sempre presente nella vita della protagonista, il pilastro a cui affidarsi, che emana sicurezza e protezione. Nel suo modo di recitare da eterno bravo ragazzo, Northam porta molto di sé nei suoi personaggi, come anche in Possession-Una storia romantica (2002), dove recita ancora insieme alla Paltrow, e interpreta un timido poeta che cerca di nascondere un’insana passione per una donna che non è sua moglie, e ne I Tudors, dove interpreta il saggio e impeccabile Thomas More. Emma risulta una divertente commedia degli equivoci in cui, anche se la protagonista non riesce a convincere appieno come le altre eroine austeniane, la leggerezza delle situazioni spesso imbarazzanti strappa il sorriso e conquista il favore del pubblico. Si avverte la mancanza di una storia d’amore convincente, ma la falla è rimarginata dai molti intrecci fra gli eterogenei personaggi della comunità di Highbury. Emma vince nel 1997 il Premio Oscar per la migliore colonna sonora, assegnato a Rachel Portman e sarà nominato, nello stesso anno, anche nella sezione Migliori costumi.

Fonte:900 letterario, sito sul quale scrivo

Si alza il vento, di H. Miyazaki

 

“Si alza il vento! … Dobbiamo cercare di vivere”!

Si alza il vento (Giappone,2013), tratto dal racconto di Tatsuo Hori, è l’ultimo lungometraggio del celebre cineasta giapponese Hayao Miyazaki, ritiratosi dalle scene proprio dopo l’uscita di questo film. La pellicola, firmata rigorosamente dallo Studio Ghibli, è stata candidata a numerosi e prestigiosi riconoscimenti, come l’Oscar al miglior film d’animazione, il Golden Globe per il miglior film straniero e il premio della Japanese Academynella categoria animazione dell’anno.

Si alza il vento (che prende il nome dalla citazione di Paul Valèry che dice: “Le vent se lève!… Il fauttenter de vivre”) narra la storia di Jirō Horikoshi, personaggio ispirato al famoso progettista aeronautico giapponese creatore dei famosi ‘Zero’ usati durante la Seconda Guerra Mondiale, che sogna di diventare un progettista di aeroplani sin da ragazzo, quando in sogno vede il suo idolo Giovanni Battista Caproni che gli confessa che costruire aerei è ancora meglio che pilotarli. Il film ripercorre parte della sua vita, dall’adolescenza alla maturità, dall’incontro fortuito con Nahoko, la ragazza che anni dopo diventerà sua sposa, durante il grande terremoto nel Kanto del 1923, alla progettazione degli Zero e alla morte della moglie di tubercolosi.

L’impegnativo film rientra in pieno nello stile di Miyazaki, mischiando magistralmente la realtà ( in questo caso la Storia giapponese della prima metà del Novecento) con la fantasia (le scene dei sogni di Jirō), che rimane comunque una componente limitata rispetto ad altre produzioni dello stesso regista, come La città incantata (2001) e Il castello errante di Howl (2004). I temi fondamentali sono il volo, l’arretratezza del mondo orientale rispetto a quello occidentale (soprattutto nelle scene in Germania in cui Jirō si meraviglia del riscaldamento centralizzato e dei bagni in camera), l’accusa alla politica guerrafondaia del Giappone di quegli anni (nelle parole di Hans Castorp che verrà poi perseguitato dalla polizia imperiale), le aspirazioni lavorative in contrasto con la vita privata (Nahoko verrà in sogno al marito dopo la sua morte e gli consiglierà di mettere finalmente da parte le sue aspirazioni e di vivere davvero).

La storia d’amore è piuttosto flebile e il tentativo di renderla poetica e smaliziata si trasforma in una mancanza di ‘profondità’, funge da mero contorno alla parte storica, che è la reale protagonista del film e anche la parte più riuscita. D’altronde l’elemento romantico (che fa la sua prima comparsa in un film di Miyazaki nel 1995 con I sospiri del mio cuore) non rientra tra le tematiche di fondo della sua poetica. Si alza il vento risulta una pellicola emozionante, nonostante i suoi 126 minuti di durata e una certa lentezza di ritmo che pregiudica alcuni passaggi, in cui il tocco di Miyazaki lascia come sempre un marchio indelebile riuscendo a creare dal nulla un mondo vero e astratto al tempo stesso, mostrando allo spettatore le bellezza di essere vivi in questo mondo, come solo i migliori artisti sanno fare.

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